4 Giugno, Giornata Internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni. La violenza intergenerazionale

È fondamentale che la famiglia recuperi il suo ruolo educativo: un modo di essere che si fa prassi se accompagnato dal recupero profondo del senso e dell’uso corretto e appropriato della parola.

di Patriza Santovecchi

Psicologa; Professore a contratto nel Master in Criminologia e Psichiatria Forense, Università degli Studi della Repubblica di San Marino; Presidente Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici (O.N.A.P.); Direttore responsabile del Giornale scientifico: Profiling. I profili dell’abuso.

4 Giugno 2022

Da tempo il rapporto tra genitorialità e violenza è oggetto di studio, compreso come questa possa essere trasmessa, attraverso schemi comportamentali appresi, da una generazione all’altra. Particolare importanza è stata data ai modelli d’attaccamento e alla capacità di regolazione emotiva, in quanto fattori che svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo di una adeguata funzionalità relazionale.

È, infatti, la famiglia la sede primaria dove si sviluppano le iniziali e più importanti interazioni sociali, la qualità delle stesse diviene perciò determinante per rendere socialmente competente un fanciullo. Ecco perché le possibilità di un ragazzo di interagire in modo “naturale” con gli altri dipendono inizialmente dalla competenza dei genitori. Il processo di adattamento avviene attraverso la partecipazione a routine sociali condivise e ripetutamente trasmesse da genitore a figlio nella normale interazione quotidiana. In famiglia il bambino impara sia ad interpretare le azioni e le espressioni sia a riprodurle egli stesso, sviluppando in questo modo una serie di capacità cognitive, sociali ed emozionali, attraverso le quali si mette in relazione con le persone ed entra progressivamente a far parte del suo ambiente.

La famiglia è quindi il gruppo sociale primario dove il fanciullo riceve i suoi primi orientamenti nella vita, orientamenti che poi influenzeranno gran parte delle sue esperienze successive. Per cui, modelli relazionali in cui l’espressione dell’affettività è strettamente connessa alla sopraffazione e dove l’uso dell’aggressività e della violenza non solo è ammesso ma anche giustificato, potrebbero condurre a reiterare la stessa, quale modalità di entrare in relazione con l’altro (Siegel, 2013).

Un ambiente famigliare violento espone i soggetti più vulnerabili al trauma relazionale, spesso si tratta di minori costretti a rapportarsi con figure di riferimento trascuranti/abusanti e/o spaventate/spaventanti. Bambini intrappolati in relazionali disfunzionali, quanto paradossali, dovute alle esplosioni incoerenti di violenza, dove le figure di riferimento sono da un lato impotenti e disperate, dall’altro spaventanti e pericolose. Il loro mondo interiore, solitario e confuso, è caratterizzato dall’imprevedibilità e confusività, ovvero la coesistenza di paura, rabbia e desiderio di vicinanza, cosa che sfocia poi in comportamenti esternalizzati e internalizzati (Herman, 1992). Essi, quindi, sono costretti a sperimentare l’ambivalenza di una relazione che pur incutendo paura è al tempo stesso la fonte della loro sopravvivenza: nel conteso di accudimento il caregiver è contemporaneamente la fonte e la soluzione dell’allarme provato, ovvero una «paura senza soluzione» (Main, 2008).

Crescere in un contesto spaventante/abusante espone il minore a sviluppare gravi problemi cronici di regolazione emotiva e di controllo degli impulsi, oltre, e non solo (la lista sarebbe lunga), dei sistemi cognitivi e degli schemi relazionali o più propriamente, modelli di sé-con-l’altro (Liotti, 2001). Resta evidente che le memorie dei vissuti infantili (Bowlby, 1996) influenzeranno le successive relazioni, costituendo gli schemi di rappresentazione mentale (MOI), dell’esperienza precoce vissuta, che costituiranno la matrice per le interazioni successive, realizzando l’elemento di trasmissione intergenerazionale delle modalità interpersonali genitoriali acquisite.

Ovviamente, non tutti i minori che hanno vissuto esperienze di violenza domestica poi riprodurranno lo stesso schema nella loro vita. Sarebbe errato pensare che la mente umana una volta strutturatasi secondo certi Modelli Operativi Interni (MOI), sui quali il soggetto organizza le proprie relazioni sociali, perda ogni possibilità di cambiamento successivo. Dobbiamo sempre tenere presente che le rappresentazioni mentali hanno un carattere dinamico, che se confutate da esperienze successive possono venire riformulate (Grazzani, 2014), ma è indubbio che un elemento rilevante della riattualizzazione del contesto traumatico sia una delle cause principali della violenza intergenerazionale.

Per concludere, una famiglia disfunzionale creerà un ambiente tossico in grado di invalidare i suoi membri sia intellettualmente che emotivamente, diventando così l’humus sul quale si potranno innestare comportamenti violenti e/o abusanti. Una famiglia funzionale promuoverà, viceversa, il corretto sviluppo psico-fisico dei suoi membri. Ambiente, all’interno del quale, trovare rifugio, sentirti sicuri, amati, protetti, ascoltati.

È fondamentale che la famiglia recuperi il suo ruolo educativo: un modo di essere che si fa prassi se accompagnato dal recupero profondo del senso e dell’uso corretto e appropriato della parola. Un discorrere che rimetta al centro la dimensione emotiva, la tenerezza, la gioia, la calma, il sentirsi appoggiati, il piacere di essere guidati nella scoperta delle cose. Una coerenza del mondo degli adulti che permetta di limitare e risolvere le situazioni di conflitto tenendo conto della giustizia.

Una giustizia empatica, non inquinata da falsi buonismi, ma ancorata alla realtà da principi condivisi e non rinunciabili, che rendano consapevoli i suoi membri del valore o disvalore delle proprie azioni. Una educazione che si fa, nella sua pratica, consapevolezza.

Bibliografia
Bowlby, J., (1996), Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Cortina Raffaello.
Grazzani, I., (2014), Psicologia dello sviluppo emotivo, Il Mulino.
Herman, J.L., (1992), Trauma and Recovery, Basic Books.
Herman, J.L., (2005), Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, Magi Edizioni.
Liotti, G., (2001), Le opere della coscienza. Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitivo-evoluzionista, Raffaello Cortina Editore.
Liotti, G., Farina, B., (2011), Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa, Raffaello Cortina Editore.
Main, M., (2008), L’attaccamento. Dal comportamento alla rappresentazione, Raffaello Cortina Editore.
Siegel, J., (2013), Breaking the Links in Intergenerational Violence: An Emotional Regulation Perspective, Family Process.

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