Aver cancellato Dio ha fatto perdere il senso della vita

La conseguenza di questa delirio di onnipotenza fa sì che tutto è possibile, fruibile, addirittura lecito, al fine di ottenere felicità, soddisfazione, appagamento o, almeno, lenimento del dolore.

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

22 Novembre 2023

Pubblichiamo per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

Di fronte all’ennesimo, dolorosissimo fatto di morte e di violenza che vede protagonisti due giovanissimi, con una storia di relazione affettiva finita in tragedia, il primo moto dell’anima non può che essere il dolore, la commozione profonda, lo sconcerto, il raccoglimento nel silenzio e nella preghiera. Poi, segue naturale la ricerca di un perché che non giustifica, ma tenta di dare una risposta a tanta esplosione di disumanità. E’ quanto sta accadendo in queste ore: si avanzano, giustamente, spiegazioni di ogni genere, ognuna portatrice di un pezzo di “verità”, ma che richiedono di trovare una radice comune di significato, pena ripetere, per l’ennesima volta, un copione che, purtroppo, abbiamo detto e ascoltato ad ogni tragico appuntamento.

E’ come un grappolo d’uva: ha decine di piccioli e di acini, ma vengono tenuti insieme da un gambo unico. Così, ci sono sicuramente ragioni diverse per spiegare (o tentare di spiegare) fatti come quello di Giulia e Filippo, e la società intera si va interrogando, ma questo sforzo comune dovrebbe riuscire ad individuare una ragione profonda, fisica e metafisica insieme. Quel “gambo”, appunto, che dà e mantiene in vita tutti gli acini. Nessuna pretesa di esaurire ogni ricerca, bensì il doveroso sforzo di comprendere per modificare, per cambiare, per ricostruire. Sentiamo parlare di pene più dure, di norme giuridiche di prevenzione più stringenti, di programmi di educazione scolastica e culturale incentrati sul tema della violenza di genere: tutto vero, tutto importante, tutto necessario.

Ma – a mio avviso – purtroppo, parziale, non tanto sul piano delle misure concrete di contrasto, quanto sul piano dell’analisi della condizione morale in cui tutti noi, oggi, viviamo. Come non vedere che è la “cultura diffusa” che caratterizza questo nostro tempo il terreno fertile dove allignano e si sviluppano odio e violenza. Di genere e non di genere, perché la radice è unica. Una “cultura diffusa”, trasmessa dallo strapotere delle agenzie della comunicazione di massa, che sta condizionando e rimodellando la nostra “coscienza comune”, imponendo che ogni valore assoluto di riferimento debba essere riletto, manipolato, decostruito, che è dotata della tragica forza di investire e coinvolgere tutti, dal più piccolo al più grande. Se questo è il contesto socio-culturale di fondo, appare molto parziale e semplicistico prendersela solo con le famiglie e con l’educazione scolastica, con il “patriarcato” e la cultura sessista: se pensiamo a Caivano può essere così, ma se pensiamo a Filippo Turetta, cresciuto in ambiente familiare ed educativo ottimi, i conti non tornano.

E non è un’eccezione, perchè sono molto numerosi i casi in cui ci pervengono testimonianze, di conoscenti ed amici, che dichiarano il loro stupore di fronte a delitti efferati ad opera di una “persona tranquilla, educata, gentile … normale”! Allora, una riflessione più profonda è indispensabile: chi e che cosa ha così tragicamente manipolato le coscienze, le menti, i pensieri, i sentimenti di quelle povere “brave persone”? Tentare una risposta è doveroso, anche se scomodo, difficile, anche doloroso e, soprattutto, non politicamente corretto: perché si tratta di avere il coraggio di dire che l’aver cancellato Dio dalla storia dell’uomo, l’aver costruito e deificato un “superuomo” cittadino di un nuovo umanesimo che può fare a meno di Dio, ponendolo al centro dell’universo, “etsi Deus non daretur”, sta provocando la perdita della dimensione umana, di creatura, che riconosce valori e norme iscritte nella legge naturale, che l’uomo stesso non si è dato, ma che deve imparare a conoscere e servire.

La conseguenza di questa delirio di onnipotenza fa sì che tutto è possibile, fruibile, addirittura lecito, al fine di ottenere felicità, soddisfazione, appagamento o, almeno, lenimento del dolore. La cultura della felicità ad ogni costo, la cui cifra fondamentale è la negazione di ogni senso e significato del dolore e della sofferenza, fisica e spirituale – coniugata con la visione di un uomo infinitamente potente, dotato di libertà assoluta e pieno possessore dei suoi diritti – sta producendo la società dell’ “homo homini lupus”(Plauto), che perfino un anticlericale convinto come Thomas Hobbes definì “pericolo per sé e per gli altri, segno della grande fragilità che caratterizza l’esistenza umana”. Quando, nel corso delle vicende umane, il dolore diventa insopportabile – e il dolore viene descritto come categoria esistenziale priva di ogni valore o significato – l’unica soluzione diventa la sua cancellazione: dalla droga, al suicidio, all’eutanasia fino all’omicidio.

Amore e odio, nel cuore dell’uomo, sono sentimenti fortissimi perché strutturanti la vita stessa, e la linea di separazione fra i due è terribilmente fragile, al punto che assai spesso il primo si trasforma nel secondo. Così l’amore – parola vergognosamente manipolata tanto da diventare possesso per la soddisfazione personale, basta guardare fiction, telenovelas, pubblicità, slogan mediatici, con corpi trattati come pupazzi per il godimento – scompare nel suo significato originale di donazione per la felicità dell’amato, e diventa solo capriccio e piacere, potendosi trasformare in ’odio violento quando l’altro non corrisponde, rifiuta e si allontana. L’impero dell’ego non può accettare il rifiuto e il fallimento, gestire l’insuccesso diventa impossibile, e genera quella violenza che tutto distrugge. Anche una delicata vita innocente, che fino al giorno prima si pensava di amare.

Esiste una via d’uscita? Ferma restando la doverosa ricerca di ogni possibile soluzione, la via d’uscita c’è, la via della felicità piena c’è ed è la storia stessa che ce l’ha consegnata: ritornare a Colui che duemila anni fa ci aveva indicato il fondamento della vita comune “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato”. In quel “come io” ci sta un patibolo, un crocefisso, segno dell’amore totale che annienta sé stesso a vantaggio dell’altro. Torniamo a Cristo.

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Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

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