Breve commento alla sentenza che ha dichiarato l’inammissibilità del referendum sull’omicidio del consenziente

L’eventuale abrogazione (parziale) dell’art. 579 c.c. avrebbe portato alla conseguenza (agghiacciante) di liberalizzare tout court l’ omicidio non punendo colui che, alla richiesta fattagli da un soggetto, mosso da una qualsivoglia personale ragione, di voler porre fine alla propria vita, anziché cercare di dissuaderlo, lo abbia testé esaudito.

di Aldo Ciappi

Avvocato referente Ass. Family Day Pisa - Centro Studi Rosario Livatino - Pisa e Comitato Famiglia, Scuola, Educazione - Pisa.

9 Marzo 2022

Non era certamente scontata la decisione della Corte Costituzionale sul quesito relativo all’art. 579 c.p. (Omicidio del consenziente), non essendo essa nuova a “colpi di scena”, come avvenuto, per esempio, con l’Ordinanza n. 207/2018, emessa sul caso Cappato/DJ Fabo, nella quale, esondando dalla sua funzione sua propria, anziché pronunciarsi sic et simpliciter sulla questione di incostituzionalità dell’art. 580 c.p. (Istigazione o aiuto al suicidio) aveva sospeso il giudizio, mettendo in mora il Parlamento affinchè, entro un anno, legiferasse sulla materia, recependo le sue indicazioni. Oppure, più indietro nel tempo, allorché, con la sentenza n. 164/2014, aveva dichiarato incostituzionale l’ art. 4, c. 3, della l. n. 40/2004 (concernente il divieto di fecondazione eterologa), sul presupposto che lo stesso si poneva in contrasto con l’ “incoercibile libertà di autodeterminazione” di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile o infertile, “qualora non vulneri altri valori costituzionali” (come se quello del figlio a conoscere la sua identità genetica e quella dei propri genitori non fosse un valore costituzionalmente protetto…).

Stavolta, invece, la Corte Costituzionale non ha riservato sorprese ed ha dichiarato illegittimo il suddetto quesito in primo luogo perchè, ictu oculi, riferito ad una fattispecie di reato (Omicidio del consenziente” – art. 579 c.p.) neppure sfiorato dalla propria sentenza n. 242/2019, sempre sul Caso Cappato/DJ Fabo, con la quale, ritagliandola ad hoc sul caso sotto esame, aveva dichiarato non punibile colui che aiuti un soggetto a suicidarsi qualora questi, liberamente e consapevolmente a ciò determinatosi, versi in una condizione di malattia irreversibile e tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, che sia fonte di sofferenze fisiche o psicologiche da esso ritenute intollerabili.

Infatti, l’eventuale abrogazione (parziale) dell’art. 579 c.c. avrebbe portato alla conseguenza (agghiacciante) di liberalizzare tout court l’ omicidio non punendo colui che, alla richiesta fattagli da un soggetto, mosso da una qualsivoglia personale ragione, di voler porre fine alla propria vita, anziché cercare di dissuaderlo, lo abbia testé esaudito.

E’ ancora piuttosto evidente alla maggior parte di noi (ma fino a quando?) che tale esito avrebbe palesemente violato il principio basilare su cui si fonda qualsiasi comunità civile: vivere o morire, eticamente e giuridicamente, non sono termini equivalenti.
La vita non è una “res”, un bene privato e disponibile quale, ad esempio, un auto che, se è di mia proprietà, posso in qualsiasi momento decidere di distruggerla, (evitando peraltro di fare danni a terzi e di inquinare l’ambiente…).

Quindi: è pienamente condivisibile la sentenza della Corte, che ha anche recepito alcune tra le considerazioni critiche svolte nella memoria difensiva dei vari Comitati per il NO, anche se non c’è motivo per sentirsi particolarmente rassicurati. Semmai non è inutile ribadire, anche in questa sede, l’ulteriore vulnus al principio di indisponibilità della vita umana inferto dalla già citata decisione 229/2019 della stessa Corte che, dopo la legge sulle DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento) n. 219/2017, ha aperto ancora di più la strada verso il definitivo sdoganamento dell’eutanasia.

E’ alle porte, infatti, la legge sulla “Morte Volontaria Medicalmente Assistita” (MVMA per rendere ancora più asettico il messaggio che richiama quello della legge sull’aborto) offerta a chi ne faccia richiesta, attraverso la quale, sotto una veste pietistica e non senza ipocrisia, anziché prendersi cura e accompagnare le persone anziane o malate, si abbandonano a se stesse, forse nell’ inconscia illusione collettiva di esorcizzare quell’evento che ci attende tutti e che ci scandalizza.

Quello che, almeno personalmente, subito dopo l’annuncio del rigetto del referendum, ha sconcertato e inquietato sono state le espressioni rancorose di Marco Cappato rivolte contro la Corte: davvero si può pensare e perseguire lucidamente per il futuro nostro e dei nostri figli il progetto di gettare al macero millenni di civiltà giuridica e di umana pietas, di cui possiamo e dobbiamo essere orgogliosi, introducendo la figura dell’erogatore socio-sanitario di morte: “più morte per tutti”?

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