C’è un modo per fuggire dalla trappola eutanasia

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di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

13 Dicembre 2021

Per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

Il testo unificato su “Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”- relatori i deputati Alfredo Bazoli, capogruppo PD in Commissione Giustizia della Camera, e Nicola Provenza, M5S – dopo aver discusso circa 400 emendamenti, approderà lunedì 13 dicembre in Aula a Montecitorio. Come da regolamento, si inizierà con la “discussione generale”, ma i tempi della discussione in aula degli oltre mille emendamenti e il voto finale sono difficilmente prevedibili, considerato che sul tappeto ci sono almeno due scadenze “delicatissime”: l’approvazione della legge di bilancio e l’elezione del Presidente della Repubblica.

Il testo del disegno di legge, pur con qualche modifica di valore – il cui merito va all’impegno di “valorosi” deputati come Roberto Turri e Alessandro Pagano (Lega), Antonio Palmieri (FI), Carolina Varchi (FdI), fra gli altri – rimane strutturalmente inaccettabile da parecchi punti di vista. Innanzitutto, medico. L’intera storia e tradizione della professione medica ci consegna la figura di una persona competente che, prendendosi cura del paziente che a lui si affida, è votato alla lotta contro la malattia e la morte.

E’ una vera e propria contraddizione in termini, pensare ad un medico “tanatologo” avente come scopo la soppressione del malato. Peraltro – è sempre bene ricordarlo – il vigente Codice di Deontologia medica condanna espressamente ogni pratica eutanasica, “neppure se richiesta”, in quanto totalmente estranea alla professione medica, che ha come dovere “la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza” (art.3). L’assunto di partenza è la considerazione – che ha carattere umano, prima ancora che morale o religioso – che se una persona vuole uccidersi o chiede di essere uccisa, è perché si trova in uno stato che chiamerei di “sofferenza esistenziale totale”, che giunge a sopprime la pulsione primaria di ogni animale – compreso l’uomo – alla sopravvivenza.

Chiunque è medico e ha praticato Pronto Soccorsi, di fronte all’arrivo di un paziente che aveva tentato il suicidio, sa bene che una delle procedure da attivare è la “consulenza psichiatrica” che cerchi di individuare le cause di una alterazione psichica tale da far preferire la morte. Le persone che soffrono, proprio perché particolarmente fragili, deboli, quasi senza speranza, vanno aiutate a vivere, vanno accompagnate a vivere e a morire, con quel tasso di umanità e solidarietà che fanno di una società una comunità davvero civile! Provocare la morte è indegno dell’uomo.

Ci sono due “dogmi” che sono patrimonio del medico: il primo è “neminem ledere” (non fare del male a nessuno), il secondo è “opus divinum sedare dolorem”. Tanto l’uno quanto l’altro vengono vergognosamente (e colpevolmente) disattesi con pratiche di soppressione del malato. Quanto detto acquista ancora più evidenza oggi, tempo in cui abbiamo a disposizione quel ricco “strumentario” medico che va sotto il nome di “medicina palliativa”, nata e in continuo sviluppo proprio per prendersi cura dei casi più difficili. E’ la “terza via”, secondo il pensiero proprio di Cicely Saunders, madre storica della medicina palliativa, fra i due disperati estremi dell’eutanasia, da una parte, e dell’accanimento terapeutico, dall’altra. Questa è la questione di fondo per la quale ogni disegno di legge che legalizzi qualsiasi forma di “morte volontaria medicalmente assistita” non può essere accettato.

Si aggiungono, poi, altre evidenti criticità, che dobbiamo denunciare nel tentativo di smantellare la narrazione mediatica pseudo-umanitaria in atto. Due temi vengono enunciati del ddl, senza darne una rigorosa definizione, con la conseguenza che si aprono le porte a pericolose, libere interpretazioni: “trattamenti di sostegno vitale” e “condizione clinica irreversibile”. Questa genericità è indice quantomeno di cattiva conoscenza dei termini che vengono affrontati: a semplice titolo di esempio, si pensi al lungo elenco di patologie caratterizzate dall’essere condizioni irreversibili, ma non per questo terminali, e con tempi di vita e di sopravvivenza lunghissimi.

Si pensi a malattie come diabete, broncopneumopatie croniche ostruttive, varie forme di leucosi/leucemie, miocardiopatie … Analoghe considerazioni valgono per il “sostegno vitale”, sul quale – peraltro – il Comitato Nazionale per la Bioetica, in un documento del 30 settembre 2005, ha fatto affermazioni chiarissime, dichiarando che si tratta di “atti dovuti eticamente oltre che deontologicamente e giuridicamente … La sospensione di tali pratiche va valutata come una forma di “abbandono” del malato..”. Appunto, si tratta di scegliere se è segno di umanità e civiltà farsi “prossimo” di ogni malato, alleviando quell’umanissimo sentimento di disperazione che spesso ci coglie di fronte alle sofferenze, portandoci anche ad invocare la morte, oppure è segno di umanità dare la morte, nascosti dietro il vergognoso alibi “l’ha voluto lui”, che anestetizza le coscienze, facendoci abbattere ogni limite di morale civile.

©Riproduzione riservata

di Massimo Gandolfini- Presidente Associazione FamilyDay

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