Continua la speculazione meschina sui morti in mare

Il problema immigratorio è certamente complesso e coinvolge il mondo intero, ma proprio per questo appare ancora più meschina la strumentalizzazione politica e lo sciacallaggio mediatico messo in atto da chi, a sinistra, va sfruttando le tragedie dei poveri morti in mare in questi ultimi giorni.

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

18 Marzo 2023

(Per gentile concessione del quotidiano “La Verità”)

Il problema immigratorio è certamente complesso e coinvolge il mondo intero, ma proprio per questo appare ancora più meschina la strumentalizzazione politica e lo sciacallaggio mediatico messo in atto da chi, a sinistra, va sfruttando le tragedie dei poveri morti in mare in questi ultimi giorni. Attribuire la responsabilità di quelle morti all’attuale governo è un’operazione indegna della legittima e democratica dinamica del confronto fra maggioranza e opposizione. Ed è un’offesa alla ragione, al buon senso e alla storia, purtroppo tragica, dell’immigrazione negli ultimi anni.

L’ UNHCR, Agenzia ONU per i rifugiati, nel proprio sito “No End In Sight” (“Nessuna fine in vista”) dichiara che tra il 2014 e il 2021 oltre 24.000 persone – uomini, donne, bambini, gravide, disabili – hanno perso la vita in mare, nel disperato tentativo di raggiungere paesi che potevano assicurare una vita sicura e migliore. Quella vita che nelle loro nazioni di provenienza è drammaticamente negata. Nel solo 2016 si sono registrate 5.096 morti. Nel 2018, 2.277 morti; nel 2019, 1.510 morti. Drammatici numeri che descrivono le sole morti in mare, cioè senza contare i morti e dispersi nelle rotte terrestri lungo il Sahara e remote aree di confine in Eritrea, Somalia, Etiopia, Sudan, Libia. “Il Sahara è pieno di corpi eritrei” ha dichiarato alla CNN poche settimane fa, il profugo Tekelber Han, fuggito dall’Eritrea sborsando ben 10.000 dollari. È sempre l’UNHCR a informarci che questi viaggi della speranza, che si trasformano tragicamente in viaggi della morte, sono drammaticamente aumentati negli ultimi anni: nel 2020, 1.544 morti in mare; nel 2021, 3.077 – 1.153 nella rotta Africa nord-orientale Canarie; 1.924 nella rotta Mediterraneo centrale e occidentale. Il doppio rispetto al 2020! Le statistiche di questi ultimi giorni già ci dicono che il numero di queste povere persone, che si mettono in mare nel miraggio di una vita migliore, è triplicato rispetto a due anni fa, e otto volte più grande rispetto a tre anni fa.

Ora, di chi è la responsabilità di questo “esodo” che – a differenza di quello “biblico” – sta portando non alla libertà, ma alla morte e, molto spesso per i sopravvissuti, alla disperazione vedendo deluse nei fatti tante speranze? Di Giorgia Meloni? Di Matteo Salvini? Della Guardia Costiera o di altre agenzie di soccorso, da Cutro a Lampedusa? Dalla Sicilia alla Calabria? Assurdo solo il pensarlo e ignobile il dichiararlo. Va detto a chiare lettere che le responsabilità in gioco sono ben altre e – purtroppo – l’elenco è piuttosto lungo: le criminali organizzazioni che gestiscono la tratta di persone umane; i prezzolati scafisti che fungono da carnefici (anch’essi – è bene dirlo – molto spesso povere vittime, sfruttate dai “signori della morte”); l’indifferenza colpevole ed inqualificabile della comunità politica internazionale, in particolare europea, che non fa nulla per bloccare il turpe mercato all’origine; l’ignobile gioco delle diplomazie allo “scarica barile”, con la tattica di parlare tanto – così da mettersi a posto la coscienza – e non fare nulla; la passività e la quiescenza internazionale di fronte alle guerre locali (la “terza guerra mondiale a pezzi” l’ha definita Papa Francesco), che costringono a fughe disperate.

Aprire corridoi umanitari, certamente, ma al contempo fermare, bloccare, contrastare i flussi, le partenze, utilizzando ogni mezzo democratico di pressioni politiche, diplomatiche ed economiche. Se non si spegne il fuoco, la casa continua a bruciare; se si ha un’infezione, non si risolve il problema con la tachipirina! Andare all’origine del problema, o meglio del dramma; ed essere uniti, compatti, coraggiosi tanto quanto umanitari e solidali. Il nostro Paese, in tutti questi anni, ha fatto davvero molto e sta facendo ancora tantissimo in termini di accoglienza, ma non giova certamente alla causa – che è e resta quella di aiutare e salvare queste povere persone – il gioco meschino di incolpare un governo insediato da pochi mesi, utilizzando slogan brutali e indegni come “strage di stato”. Anche perché, se così fosse, la “strage”, dati alla mano, andrebbe addebitata ai governi degli ultimi dieci anni, non certo al “neonato” di sei mesi.

 

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