Cure palliative per fermare la morte di stato. Di Massimo Gandolfini

Andiamo verso la legalizzazione della morte di Stato per qualsiasi motivo, ove un giudice decide se un bimbo gravemente malato è degno di vivere oppure no.

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

19 Giugno 2022

Pubblichiamo per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

Come spesso diciamo, al peggio non c’è mai limite! Ieri il nostro Paese ha scritto un’altra brutta pagina della propria storia: il primo caso di “suicidio medicalmente assistito”. E’ accaduto a Sinigaglia, nelle Marche, vittima un paziente colpito da tetraplegia post-traumatica: condizione clinica di gravissima disabilità (paralisi dei quattro arti) ma con condizioni vitali assolutamente stabilizzate, senza l’ausilio di alcun sostegno meccanico (respirazione e alimentazione/idratazione).

Dunque, nulla a che fare con il cancro, con le malattie neurodegenerative e con la cosiddetta “fase terminale”. Perché si tratta di una pessima pagina della nostra storia? Per una ragione molto semplice e chiara: stiamo imboccando la strada per la quale la giurisprudenza, ora, e la legislazione, domani (speriamo mai!) invece di chiedere ed esigere con forza che tutte le persone disabili e sofferenti vengano aiutate, sostenute, accompagnate ogni giorno ad affrontare le indubbie sofferenze legate al loro stato, propongono e concretizzano l’eliminazione del sofferente. Invece di affrontare con coraggio e umanità il problema, si sta scegliendo la strada di eliminare la fonte stessa del problema. Penso che la disumanità e l’inciviltà di questo “suicidio legale e di stato” sia sotto gli occhi di tutti.

Immagino già la domanda che il lettore si sta facendo: “Se una persona soffre e chiede di essere aiutata a morire, che alternativa ha se non chiedere, appunto, di farla finita?”. Proprio qui sta il punto: l’alternativa c’è, esiste, e si chiama “medicina palliativa”, la cui fondatrice, Cicely Saunders, chiamò “la terza via”, fra i due estremi – entrambe da condannare – dell’accanimento terapeutico e dell’eutanasia. Cure palliative significano presa in carico totale della persona malata e dei suoi familiari, affrontando insieme tutti gli aspetti della vita quotidiana, da quello medico, a quello sociale, psicologico, affettivo e spirituale. Posso affermare da medico che da oltre 40 anni ha quotidianamente a che fare con le forme più gravi di malattie e disabilità, senza tema di smentita, che chiunque entra nel percorso delle cure palliative si sente amato, sorretto, aiutato, compreso e condiviso, e non chiede di essere ucciso!

La relazione di cura non è solo la sedazione del dolore, ma è condividere la “sofferenza” come si condivide un sentiero impervio in montagna: ci si aiuta, ci si dà una mano, non ci si abbandona e, insieme, si affronta ogni problema. Nella quasi totalità dei casi, la richiesta di “farla finita” è assente in chi ha la possibilità di essere adeguatamente curato in un hospice, in reti territoriali domiciliari valide di cure palliative. Sorge spontanea una domanda: se l’assunto di partenza è dare sollievo alla sofferenza, perché lo Stato non investe in un programma di cure palliative, serio, competente, adeguato, disponibile in ogni territorio del nostro Paese? Perché è stata scritta un’ottima legge sulla Medicina Palliativa (legge 38/2010) e non è stata adeguatamente finanziata (il 20% di quanto sarebbe necessario!) provocando disparità sanitarie inaccettabili da regione a ragione? Perché in Lombardia ci sono 69 Hospice, in Puglia 10, in Campania 8 (SDA Bocconi, 2017)? Perché a fronte di un tasso di bisogno di cure palliative (posti letto e presidi territoriali domiciliari) l’offerta reale è fra il 10 e il 26%?

Siamo in pieno dibattito parlamentare sul tema della “morte volontaria medicalmente assistita” e con il ddl Bazoli/Provenza, già approvato alla Camera, si sta aprendo la strada alla “morte di Stato” e non sentiamo parlare di una nuova politica sanitaria che davvero si prenda carico delle gravi disabilità, senza nascondersi dietro l’ipocrita giustificazione che “è il malato che sceglie se vivere o morire”. Perché nessuno vuole morire, così come nessuno vuole soffrire: la risposta c’è e non è uccidere – anche qui dietro l’ipocrisia del “suicidio” – il sofferente. Una società che voglia essere davvero civile non può inaugurare la “moderna rupe Tarpea” del suicidio medicalmente assistito.

Accadrà anche nel nostro Paese quanto già accade in Olanda o Belgio: la legalizzazione della morte di Stato per qualsiasi motivo … basta richiederla; oppure come sta accadendo nel Regno Unito, ove un giudice decide se un bimbo gravemente malato è degno di vivere oppure no. Con il solito trionfo dell’ipocrisia, arma sicura che mettere tranquille le coscienze: il “miglior interesse” del bimbo … essere ucciso, anche contro il volere dei genitori. Fermiamoci, finchè siamo in tempo.

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