Dal diritto alla cura all’eutanasia di routine

Siska, ventiseienne, sarà uccisa perché trattata in modo assolutamente non adeguato e competente rispetto allo stato di depressione “cronica” che la affligge da anni. La sua storia urla: fermiamoci sul fine vita

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951
Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Ha diretto dal 1997 il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

2 Novembre 2025

Pubblichiamo per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

Non si può che rimanere sgomenti di fronte alla notizia, riportata da La Verità pochi giorni fa, di una giovane ventiseienne – non affetta da patologie organiche, né oncologiche né degenerative, che conducono alla morte – che sta per essere sottoposta in Belgio a morte assistita perché “potenziale suicida” sin dall’età di 13 anni, quando subì “violenze e abusi”. La povera Siska (questo il suo nome) aveva tentato di suicidarsi a 14 anni e in seguito vi furono altri tentativi, tutti evidentemente falliti, fino ad oggi quando in preda alla disperazione ha chiesto ed ottenuto di ricevere l’iniezione letale.

Durante questi dieci e più anni – denuncia – è stata “maltrattata”, cioè trattata in modo assolutamente non adeguato e competente rispetto allo stato di depressione “cronica” che la affliggeva, ed ora l’istituzione pubblica le apre le porte dell’eutanasia come soluzione alle sue sofferenze. Naturalmente – colmo dell’ipocrisia – dietro sua scelta, sua libera decisione, frutto di una consapevole autodeterminazione, che la sta portando fra le braccia della “dolce morte”!

Tutto ciò sta accadendo in un Paese – progredito, ricco e civile – che aveva cominciato con depenalizzare e poi legalizzare la morte assistita, ad inizio anni 2000, riservata a ben selezionati casi “oncologici terminali”. Si partì da tre o quattro decine di morti all’anno e si è arrivati alla tragica cifra di oltre seimila pazienti. Purtroppo questo tragico trend è la norma in tutti – dicesi tutti – i Paesi che hanno legalizzato suicidio assistito/eutanasia: si inizia sempre con pochissimi casi di particolare gravità e, in poco tempo, tutti gli argini cadono, tutti i limiti vengono scavalcati, e si giunge ad uccidere una giovane donna affetta da depressione, innescata da dolorosi eventi esistenziali, di 26 anni. In Canada – altro Paese in cui le morti per eutanasia/suicidio assistito stanno drammaticamente aumentando (si è arrivati a diecimila in un anno) – Susan Woolhouse, co-presidente dell’Ontario College of Family Physicians Palliative End of Live Care, ha proposto una legge pubblicata sul sito della University of British Columbia, per “far sì che i bambini possano assistere all’eutanasia dei loro parenti … sarebbe una delle esperienze più importanti e terapeutiche per un bambino”. Follia? No. Si tratta dell’ormai scontata strategia di “normalizzazione”, per cui perfino l’omicidio di un essere umano innocente, fragile e bisognoso di ogni tipo di cura, è da considerarsi un banale evento di routine, assolutamente legittimo, legale e perfino terapeutico e auspicabile, nell’ottica del togliersi di mezzo quando si è diventati ingombranti e pesanti da gestire. In Belgio, il 17,4% delle iniezioni letali viene praticato in case di riposo: vite indegne di essere vissute! Purtroppo, il festival degli orrori non finisce qui: nel 2021 (non sono disponibili dati più recenti), in Olanda, sono stati registrati 517 casi di eutanasia SENZA esplicita richiesta e, fra questi, 6 sono infanticidi secondo il Protocollo di Groningen. In Belgio, vengono eliminati con eutanasia circa 200 bambini all’anno e solo nel 60% dei casi c’è accordo fra la decisione eutanasica dei medici e il parere dei genitori. In Canada, nel 2019, 771 casi di eutanasia “per solitudine” e nel 2021, dei circa diecimila morti con eutanasia, il 36% è stato perché si “sentiva solo” e il 16% perché si sentiva “abbandonato”.

Il racconto di quanto sta accadendo a Siska è emblematico. Dopo ricoveri in reparti inadeguati e inappropriati per affrontare le sue sofferenze, vivendo di fatto una condizione di abbandono di cura, non le resta che un’unica via d’uscita: l’iniezione letale, mascherata da libera scelta autodeterminata. Si può davvero credere che quella scelta è libera? E’ lucidamente consapevole? Quanta ipocrisia, quanta menzogna camuffata da libertà di autodeterminazione!

Alla luce di quanto sta accadendo nel mondo – a proposito, vale la pena di ricordare che sono soltanto 13 gli stati che hanno legislazioni di morte assistita; 13 su 195 – almeno un dubbio sul fatto che stiamo intraprendendo in Italia una strada disumana ed incivile, con i vari disegni di legge in discussione, dovrebbe venire. La storia, anche recente, ci insegna che quando si apre uno spiraglio, in brevissimo tempo – magari a colpi di sentenze di tribunali e corti varie – si spalanca una prateria di morte. Dal “diritto di cura” al “diritto di morte”: non è un bel progresso! Con la speranza – e la preghiera – che Sjska possa incontrare un “buon samaritano” che si prenda cura di lei.

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