Dalla “Violenza sulle donne” alla “Violenza di genere” di Maria Teresa Parrino

Le giornate internazionali che celebrano qualche particolare ricorrenza sembrano avere una naturale tendenza alla dilatazione (pensiamo al gay pride, week pride, month pride…). La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – istituita dall’ONU nel 1999 e individuata nel 25 Novembre – ci terrà compagnia un bel po’, anche perché ci si precipita facilmente al […]

di Maria Teresa Parrino

Studi umanistici, impiegata nella pubblica amministrazione, moglie, madre e nonna.

25 Novembre 2021

Le giornate internazionali che celebrano qualche particolare ricorrenza sembrano avere una naturale tendenza alla dilatazione (pensiamo al gay pride, week pride, month pride…). La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – istituita dall’ONU nel 1999 e individuata nel 25 Novembre – ci terrà compagnia un bel po’, anche perché ci si precipita facilmente al 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani, visto che già nel 1991 un’altra agenzia ONU sanciva che “la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani”. E allora via con un apparato – destinato, temo, a lasciare il tempo che trova – fatto di scarpe rosse, panchine rosse, casi di cronaca incessantemente ascritti a “femminicidio” .

In occasione dell’approvazione della norma contro questo ennesimo crimine emergente, l’allora presidente del Senato, Grasso, affermava: «Siamo noi, noi uomini, a essere colpevoli. Non esistono giustificazioni, non esistono attenuanti, soprattutto non esistono eccezioni». Il maschio è “tossico”, insomma.
Nel momento in cui si usa la parola femminicidio – specialmente sui media – l’interpretazione automatica è che un uomo ha ucciso una donna per motivi legati ‘al genere’, quando le cause dipendono dal caso particolare e possono essere molteplici e variegate.

A questo riguardo, in luogo della più ovvia «violenza sulle donne», viene spesso utilizzata l’espressione violenza di genere (che secondo la definizione dell’Unesco riguarda donne e persone lgbt) e che coerentemente ha assunto uno spettro di significati molto ampio («L’eterosessualità obbligatoria è violenza di genere», «Ostacolare l’educazione alle differenze è violenza di genere», «L’obiezione di coscienza all’aborto è violenza di genere», «Piano nazionale di fertilità è violenza di genere», «l’espressione utero in affitto è violenza che si annida nel linguaggio»..).

Eppure sarebbe interessante verificare se davvero, come enfaticamente annunciano quasi quotidianamente i media “.. in Italia la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni di età”, dato che dai rapporti ministeriali sulla criminalità emergerebbe che l’80 per cento dei crimini violenti hanno per oggetto uomini, cioè i maschi.
Restiamo al linguaggio, al concetto di violenza.

Nel trattato sulla Fisica, Aristotele individua la violenza quale movimento contrario all’ordine o alla disposizione della natura: mentre il movimento secondo natura porta gli elementi al loro luogo naturale, il movimento per violenza ve li allontana. Assumendo metaforicamente queste definizioni, nell’azione violenta compiuta verso una donna da parte del maschio si può facilmente individuare proprio l’allontanamento dall’ordine naturale che è l’armonia del loro reciproco rapporto.

Ma ai giorni nostri il conformismo del pensiero unico inquadra la violenza con le sole lenti del potere: chi ha meno potere subisce violenza; chi ha più potere – l’uomo, per definizione, in una «società patriarcale» – esercita violenza (qualche anno fa in Spagna, in un caso di violenza reciproca tra marito e moglie, lui è stato condannato a una pena doppia, perché per un uomo è sempre ‘violenza di genere’ indipendentemente dalle intenzioni dell’aggressore). Si tratta di un’interpretazione della violenza che deriva dalla critica femminista, ovvero da una visione della società parziale e semplicistica che non aiuta a comprendere le motivazioni e le dinamiche, anche relazionali, che intervengono nelle azioni violente compiute dall’uomo sulla donna, dalla donna sull’uomo, ma anche tra persone dello stesso sesso.

Proviamo ad andare un po’ al di là delle spiegazioni semplificatrici e automatiche dei media, che rispondono ormai ai cliché della donna liberata e dell’uomo moderno devirilizzato. Una giovane sessuologa belga, con laurea in filosofia, master in scienze sociali, un’ampia esperienza di terapia adolescenziale, moglie e madre di quattro figli, ci offre una chiave interpretativa molto interessante in un libro di pochi anni fa, la cui tesi è che la liberazione sessuale partita con la rivoluzione del ’68 non ci ha affatto liberato, perché affrancarsi dai divieti ci ha fatto ritrovare più prigionieri di prima.

Attraverso il facile accesso al porno, l’ansia della performance sessuale, l’ossessione dell’orientamento sessuale, sostiene Thérèse Hargot, si approda a scelte di identità, di amori, di pratiche equivalenti a prodotti di consumo. Il crescendo di violenza che oppone l’uomo tirannico e la donna assoggettata è “l’espressione di una crisi profonda del rapporto di potere tra uomini e donne che è stato destabilizzato nel corso della liberazione sessuale”. In una società in cui “la promiscuità e la parità destabilizzano i rapporti, il ‘sesso debole’ si trasforma in forte e quindi più l’uomo si sente minacciato nella sua ‘virilità’ e meno ha spazio per dirlo ed esprimerlo, più cerca di conseguire la propria superiorità mediante una sessualità violenta e svilente delle donne”.

Dunque le donne hanno superato la loro subalternità a forza di rivendicazione di diritti, guadagnandosi un’indipendenza nei confronti degli uomini, ma il femminismo egualitarista che ha condotto questa lotta pensa la relazione tra l’uomo e la donna come una lotta di potere, esacerbando la violenza mediante una dimostrazione di forza che pone l’uomo e la donna l’uno contro l’altra. Nel frattempo, l’educazione contro i famosi stereotipi svolta nell’orizzonte limitante dell’egualitarismo ideologico, preoccupata di non differenziare il trattamento riservato ai ragazzi e alle ragazze, ha fallito, generando angoscia negli adolescenti.

Più si cerca di decostruire l’educazione sesso-differenziata meno si aiutano i giovani ad esprimere le angosce dei momenti di crescita per aiutarli a superarle, più si proibisce ai ragazzi di esprimere la loro forza e la loro aggressività, incanalandole in modo positivo e costruttivo, più essi si sfogano virtualmente in maniera più violenta. Ma, continua la studiosa, non va meglio con i genitori figli della generazione sessantottina: via i tabù, bisogna parlare di sesso ai figli e introdurli alla contraccezione così da gettarli in un vissuto sessuale consumista.

Purtroppo, la sfida educativa è sempre più un’emergenza, dato anche il costante calo qualitativo della formazione scolastica pubblica, eppure è dalla famiglia, bistrattata e anzi combattuta dal pensiero dominante perché luogo antagonista di formazione della persona alle forme più o meno velate di regime, che può venire una nuova riaffermazione delle identità di veri uomini e vere donne, in un autentico rapporto di complementarità aperto alla vita.

©Riproduzione riservata

di Maria Teresa Parrino, Associazione Family Day, sede di Pistoia

Maria Teresa Parrino

Studi umanistici, impiegata nella pubblica amministrazione, moglie, madre e nonna.

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