Discriminare. Di cosa stiamo parlando?

Ci sono temi per cui la "discriminazione" è vista come un grave delitto contro l'umanità, e temi per i quali la gravità del trattar diversamente man mano scema fino a diventare una tollerata o addirittura dovuta applicazione delle differenze

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

1 Marzo 2022

La parola “discriminare”, letteralmente, significa “trattare diversamente”. Non meglio. Non peggio. Diversamente, punto e basta.
E’ la storia recente ad averne modificato il significato, sottolineando solo quando il trattamento diverso è in peggio. E ha finito per far assorbire, col tempo, questa accezione fortemente negativa nella parola stessa. Oggi discriminare non è più scegliere, non è più distinguere, oggi discriminare è “delinquere”. Punto.

Ma siamo sicuri che ciò sia giusto? Certo, approfittare di una differenza per danneggiare qualcuno non è mai cosa buona. Ma in quel caso non è nel “fare una differenza tra due che diversi effettivamente sono” che si annida il male, ma nell’usare quella differenza per trattare – male appunto – uno dei due. Invece no: oggi è il solo trattar diversamente che viene connotato come offesa. Quindi l’imperativo diventa uno solo: non far differenze, mai; trattare tutti allo stesso modo, senza se e senza ma. Tutti uguali.

Ma questo assoluto porta con sé qualche cortocircuito logico. Innanzitutto impedisce paradossalmente di scegliere. Perché in alcuni casi è inevitabile scegliere, è inevitabile fare una differenza. Se ho un posto di lavoro e due candidati, uno lo prendo e l’altro no. E devo valutare, scegliere appunto. In base a cosa? All’unicità di queste persone. Ecco il punto: ciascuno di noi è unico, e splendido direi. Ma l’onda anomala dei censori ha imposto invece di classificarci in categorie proprio per evitare la discriminazione. E allora siamo tutti etichettati: etero o gay, uomini o donne, religiosi o non religiosi, anziani o giovani, magri o grassi, abili o diversamente abili e – dulcis in fundo – vaccinati o non vaccinati.

Il lettore attento avrà notato che, nella progressiva elencazione dei binomi come scritta nelle due righe sopra, ci sono temi per cui la “discriminazione” è vista come un grave delitto contro l’umanità, e temi per i quali la gravità del trattar diversamente man mano scema fino a diventare una tollerata o addirittura dovuta applicazione delle differenze. Ma allora la domanda che mi sorge spontanea è: il “peccato mortale” che il mondo oggi non vuol perdonare è la “discriminazione” in generale, o solo alcune discriminazioni allineate con il pensiero dominante?Voglio dire: se nell’esempio di prima non assumo uno dei due perché gay (se non lo assumo perché etero nessuno si scandalizza, e già questo ci permette di capire molto…) sono subito tacciato come un terribile omofobo.

E potrebbe anche starci: per assumerlo o meno devo capire se lavora bene, non quel che fa nella vita privata o sotto le coperte, che mi piaccia o no. Ma se non assumo una persona perché cattolica, grassa, o un po’ più matura siamo sicuri che questa “discriminazione” sia accolta nello stesso modo? Qualcuno (o meglio, i soliti) griderebbe ancora allo scandalo? A me pare proprio di no. E se è così, allora si sconfessa il presupposto che ha elevato la “discriminazione” a pratica sempre intollerabile: non è il solo fare differenze ad esser atto esecrabile e condannabile. No, non lo è in quanto tale, ma lo è solo quando ad esser oggetto di differenza sono alcune categorie, anzi, diciamocelo pure, quando lo è una sola: gli appartenenti alla comunità Lgbtqui….

Gli altri, siamo onesti, li possiamo discriminare, trattar male, offendere. C’è libertà di pensiero in questi casi, e anche di azione e discriminazione.E qua arriva il paradosso finale: i paladini della non discriminazione discriminano alcune categorie nella loro lotta. Quindi, vien da dire, ma per tali paladini non dovremmo esser tutti uguali (ossia non discriminati)? No, non lo siamo, non lo possiamo essere.

La verità è che siamo tutti splendidamente unici, e le categorie, sia chiaro, sono solo etichette che qualcuno usa per promuovere la sua ideologia.

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