Discriminare è sempre sbagliato?

La discriminazione di per sé è una cosa necessaria, utile, inevitabile. Discende da un giudizio che si dà in merito a persone, cose e situazioni. Chi non dà giudizi su ciò che sperimenta?
Statua della giustizia

di Silvio Ciccarone

Sposato e padre di una bambina è laureato in Scienze dell'Informazione, si occupa di web and content management, è referente del Family Day di Sondrio, risiede a Gravedona e Uniti sul lago di Como

3 Marzo 2024

Il 1° marzo si è celebrata la Giornata della Discriminazione, ma cosa significa questa parola? Perché oggi se ne parla tanto?

Il primo significato di questa parola, senza aggettivi, nel dizionario Zanichelli è “distinzione”, così pure il dizionario Treccani online scrive “distinzione, diversificazione o differenziazione operata fra persone, cose, casi o situazioni”.

Operare delle discriminazioni è dunque un fatto normale, quotidiano, vitale: tutti noi operiamo delle discriminazioni, delle distinzioni per distinguere una cosa dall’altra, diversamente tutto sarebbe uguale, indistinto, non potremmo vivere.

Per fare un esempio banale, discriminiamo i funghi commestibili da quelli velenosi per gustarli evitando di morire.

Discriminiamo quotidianamente anche riguardo alle persone: quelle capaci, da quelle che non lo sono, quelle oneste da quelle disoneste e così via.

La discriminazione di per sé è una cosa necessaria, utile, inevitabile. Discende da un giudizio che si dà in merito a persone, cose e situazioni. Chi non dà giudizi su ciò che sperimenta?

Si discrimina la musica di qualità da quella mediocre, un bel vestito da un cencio, un bravo pittore da un imbratta tele.

Di per sé, operare discriminazioni, è naturale.

Perché allora dedicare una giornata a questo concetto?

La ragione è che non tutte le discriminazioni sono giuste, corrette, buone, ma ve ne sono di erronee che producono ingiustizie.

Dunque, questa parola andrebbe associata ad un aggettivo che la qualifichi, altrimenti si corre il rischio di dare giudizi errati, di ritenere che qualsiasi discriminazione sia sbagliata, negativa.

E invece non è così.

Quali sono allora le ingiuste discriminazioni?

Quelle che distinguono secondo criteri errati, che dicono A≠A nel medesimo rispetto.

Per esempio, è sbagliato dire che due Ferrari nuove, dello stesso modello, senza difetti ed uscite lo stesso giorno dalla fabbrica, siano diverse; mentre è corretto dire che non sono uguali per il colore se una è rossa e l’altra è gialla.

Lo stesso vale per gli uomini che, in quanto tali, sono uguali tra loro per dignità e diritti, ma se andiamo a considerare aspetti particolari, allora differiscono per quegli aspetti.

Se consideriamo l’altezza, per esempio, non potremo dire che il cestista sia uguale al fantino, ma certo non diremo che, in quanto uomini, non lo siano, uno sia più uomo dell’altro, rischieremmo di cadere in quella espressione contradditoria che si usava per descrivere la situazione degli uomini e delle donne nei regimi comunisti: tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.

Ecco, proprio questo è il punto: esistono giuste e ingiuste discriminazioni, se neghiamo le giuste discriminazioni, diventiamo ingiusti, se neghiamo quelle ingiuste, diventiamo giusti.

Allora è sbagliato discriminare gli uomini come tali, ma è giusto discriminare i singoli uomini se consideriamo aspetti accidentali. Se lo Stato deve distribuire delle provvidenze, deve farlo con chi ne ha bisogno, non con chi ha i milioni in banca, se lo facesse, sarebbe ingiusto perché priverebbe il bisognoso di una parte degli aiuti che potrebbe ricevere a vantaggio di chi ne ha in avanzo e che dovrebbe piuttosto aiutare chi è in difficoltà secondo il principio di solidarietà.

In conclusione, tutte queste parole per dire cosa?

Che bisogna fare attenzione a non cadere in certi tranelli quando si parla di discriminazioni. Usiamo il cervello, non il riflesso condizionato dai signori del sofisma: si corre il rischio di prendere lucciole per lanterne!

 

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