Famiglia nel bosco: bambini o soldatini?

Mi chiedo: con l'intervento di giudici e compagnia bella, i bambini stanno meglio? Almeno loro? Qualcuno se lo chiede? Qualcuno ha ascoltato il loro cuore? Gli è stato dato questo diritto?

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

13 Marzo 2026

Da piccolo non piangevo mai.
Mi sentivo un duro, uno che la lacrima non la vede nemmeno da lontano.
Mai, o quasi. C’era solo una cosa che mi spaventava a morte: quando mia mamma, non so per quale motivo, esasperata mi diceva “basta, me ne vado”.
Mi saliva il magone, le lacrime scappavano e io perdevo ogni pudore. Supplicandola di restare versavo fiumi di pianti disperati (almeno fino a quando non sono cresciuto e ho capito che mai lo avrebbe fatto…).

Perché?

Perché quelle poche parole erano in grado di rompere la mia armatura da duro?
Quando le sentivo mi pareva che il mondo stesse per crollare. Che le sicurezze svanissero. E per prima quella di avere una persona che mi voleva bene. Senza dirlo, senza nemmeno perdersi in troppi baci e abbracci. Come succedeva una volta: voleva bene semplicemente restando lì, con me, comunque.
Insomma: la mamma c’era. E a modo suo, soprattutto la sera, c’era anche il papà.
Tutto qua. Erano presenti.

Per un bambino la presenza, “presenza” ribadisco, dei genitori è tutto. E’ il cielo sopra la testa e la terra sotto i piedi.
Un bambino non si chiede se il genitore lo educhi nel modo giusto. Non gli interessa.
Quel che interessa al piccolo è sapere che se a un certo punto li cerca, quei due da qualche parte li trova. Sì, quei due che lo hanno accolto fin dal suo primo respiro. Che ci sono da sempre, da sempre.
La cosa più vicina a Dio che uno possa pensare: una persona che ti ama gratis, che ti ama in ogni caso, senza sosta, comunque.
La mamma (e, dai, anche il papà).
E allora vien lecito chiedersi: ci può essere sofferenza maggiore per un piccolo di quella che deriva dalla lontananza dai genitori?
Può esser giustificato questo dolore che lascia cicatrici troppo profonde dalla pretesa di osservare standard di socializzazione previsti da non so chi?

Certo, ho in mente la vicenda della famiglia nel bosco.
Come tante nel mondo. Solo che da noi c’è il paragone della dell’infanzia ideale, quella che ti fa crescere in una casetta riscaldata, bella comoda. Quella del figlio che studia facendo i compiti con chatgpt e sembra intelligente, del figlio che socializza con amici coi quali magari si diverte a bullizzare il compagno debole infestando il gruppo wazapp di offese. Insomma: quella moderna.
Quella che va bene. Ideale.
Perché qualcuno “sa”. “Sa” come si allevano i figli. Lo “sa” perché c’è scritto nei libri.
E questo qualcuno ha detto che quei due boscaioli il mestiere di genitori non lo sanno fare.
Certo, forse i due coniugi anglo-australiani avrebbero potuto essere meno spartani. Magari qualche piccola concessione alla civiltà non avrebbe guastato.

Discutibili, di sicuro.
Ma questo basta a togliere i figli?
Qualcuno dei tanti periti, assistenti sociali, giudici si è chiesto quanto possa sanguinare il cuore di quelle persone? Madre e padre (che non vanno ignorati: sono persone anche loro, ricordiamocelo) e figli?
Qualcuno dei tanti professionisti che hanno messo le mani nel fascicolo ha provato a mettersi nei loro panni?
Ammetto di non aver approfondito la vicenda. Ma ci sono un paio di cose che mi turbano. Almeno un paio.
La prima: chi giudica queste situazioni sembra talmente lontano dalla realtà da giudicare negativamente la reazione ostile e nervosa di madre e figli di fronte all’esilio che gli è stato imposto. Ma come?
Non ci arrivano?

Io si. Ci ho pensato. E credo che sarei molto, molto più che nervoso se capitasse a me. E lo sarei perché dei laureati hanno deciso che non posso stare coi miei figli, che poi è la cosa più naturale che ci sia. Che non rispetto gli standard che loro hanno fissato e quindi vengo bocciato come padre. E non devo innervosirmi.
Ma come? Mi porti via i figli, mi separi dal coniuge e devo fare anche le feste?
E la mia sofferenza?
E soprattutto: quella dei bambini? Che alla sera non vedono il papà. Che ora non vedono nemmeno la mamma.
Chi ha pensato alle loro lacrime? A quel pianto che di sicuro silenziosi devono soffocare sul cuscino prima di dormire?
C’è questo in tribunale?

Mi capita talvolta di andare nelle scuole a parlare di diritto. E dico sempre ai ragazzi: “la legge è un atto di amore. Ma lo è se la applichi bene. E sai quando la applichi bene? Quando in fondo ci trovi una persona che fai stare meglio”.
Ecco. Mi chiedo: con l’intervento di giudici e compagnia bella, i bambini stanno meglio? Almeno loro?
Qualcuno se lo chiede? Qualcuno ha ascoltato il loro cuore? Gli è stato dato questo diritto?
O no? O forse quel che pensano e provano quelli della famiglia del bosco importa poco. Troppo poco.

Perché, in fondo, la verità amara è che la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Ma mi sa che in questo caso chi la applica ha invertito qualche parola, e pensa che “per la legge dovremmo esser tutti uguali”. Sì, ai soldatini che piacciono a loro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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