Giornata della pace in un mondo in guerra

La complessità dei nostri giorni non può impedire la ricerca comune di una pace giusta, che non significa resa contro i violenti ma trovare strade diverse dalla guerra senza fine.

di Carlo Cefaloni

Redattore di «Città Nuova», periodico mensile e quotidiano web, dove si occupa principalmente di politica, lavoro ed economia. Coordina il gruppo di lavoro Economia Disarmata promosso dal Movimento dei Focolari in Italia. Per la casa editrice Città nuova ha curato il testo “Vite in gioco. Oltre la slot economia” (2014) sull’azzardo di massa in Italia analizzando l’egemonia dei poteri finanziari e la penetrazione delle mafie per proporre una via di uscita a partire dalla forza del legame sociale (tra i promotori della pratica del consumo critico – Slot Mob – adottato in centinaia di città). Curatore di diversi Dossier tra cui Disarmo. Francesco, Povertà, Carcerati e Conversione ecologica. Fa parte della Consulta nazionale per i problemi sociali e del lavoro della Cei.

21 Settembre 2024

La giornata della pace promossa dall’ONU cade in questo anno 2024 in uno scenario di guerra sempre più fosco che l’opinione pubblica, nonostante l’evidenza, non riesce a prendere ancora sul serio. Storici e analisti hanno evidenziato le tante analogie di questo nostro tempo con il periodo che preparò il primo conflitto mondiale, connotato da una sorta di sonnambulismo che condusse un’intera generazione nel mattatoio delle trincee. Esiste una testimonianza emblematica di quel “maggio radioso” vissuto da un ventenne di Tivoli, vicino Roma, studente universitario lavoratore che si era speso contro la propaganda intervista: «Io non capivo come si potesse generare alla vita un giovane, farlo consumare negli studi e nei sacrifici, al fine di maturarlo per una operazione, in cui lui avrebbe dovuto uccidere gente a lui estranea, sconosciuta, innocente, ed egli a sua volta avrebbe dovuto farsi uccidere da gente alla quale non aveva fatto alcun male. Vedevo l’assurdità, la stupidità, e sopra tutto il peccato della guerra: peccato reso più acuto dai pretesti con cui la guerra si cercava e dalla futilità con cui si decideva. Il Vangelo, meditato già abbastanza, m’insegnava, come dovere inseparabile, di far del bene, non di uccidere; di perdonare, non di vendicarmi. E l’uso della ragione mi dava quasi la misura dell’assurdità d’una operazione, la quale assegnava i frutti della vittoria non a chi aveva ragione, ma a chi aveva cannoni; non alla giustizia, ma alla violenza».

Sono parole tratte dall’autobiografia Memorie di un cristiano ingenuo scritta in tarda età da Igino Giordani, uno dei punti di riferimento della cultura cattolica nella resistenza morale al fascismo, padre costituente che si presentava come “deputato di pace”, promotore con il socialista Umberto Calosso della prima proposta di legge avanzata in Parlamento per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Iniziativa che fece scandalo tanto da compromettergli l’ulteriore elezione, anche se questo allontanamento dall’impegno politico diretto si accompagnò all’incontro decisivo con il Movimento dei Focolari, nato nel 1943, di cui è considerato un cofondatore assieme a Chiara Lubich. Parliamo di una realtà diffusa su scala planetaria come esperimento d fraternità, rivolta a tutti oltre le barriere.

Per ciò che rileva oggi l’esperienza del giovane Giordani si deve riconoscere che il dilemma che attraversò la sua coscienza non può essere più considerato come qualcosa che appartiene ad un’era ormai superata. Contro ogni previsione ottimistica è arrivato di nuovo il tempo che impone di scegliere se usare o meno le armi in guerra. Alla vigilia della giornata della pace è stata votata a larga maggioranza dal Parlamento europeo una risoluzione che invita i Paesi membri a permettere l’utilizzo delle armi occidentali fornite a Kiev sul territorio russo. L’estensione del conflitto tra Russia e Ucraina sostenuta dalla Nato era prevedibile già dal 2014, fino al precipitare degli eventi avvenuta con l’invasione del territorio ucraino del 24 febbraio 2022, presentata da Putin riprendendo le giustificazioni dell’operazione occidentale di difesa del Kosovo contro la Serbia nel periodo seguente al crollo del blocco sovietico.

Il Wall Street Journal, non una fonte di una ong umanitaria, ha recentemente stimato un milione di vittime tra morti e feriti di entrambe le parti in questa guerra che non sembra avere via di uscita, ma che appare sempre più vicina a propiziare il casus belli, nonostante l’ormai reiterata minaccia dell’uso possibile delle armi nucleari, come fa notare un esperto senza fronzoli come il direttore di Analisi Difesa Gianandrea Gaiani. Anche gli influenti analisti dell’Istituto Affari Internazionali prevedono un congelamento del conflitto senza accordo, la cosiddetta soluzione coreana che mantiene uno stato di tensione permanente che induce al continuo riarmo. “Mettere l’economia in assetto di guerra” è quanto esplicitamente dichiarato programmaticamente dal vertice della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. L’Italia si è fatta trovare pronta in questo contesto della “guerra mondiale a pezzi” avendo operato negli ultimi decenni, a prescindere dalle maggioranze politiche, una conversione progressiva verso il militare dei settori civili dell’industria sotto controllo pubblico (in primis Leonardo ex Finmeccanica). Siamo tra i primi 10 Paesi esportatori di armi su scala planetaria, secondo i dati autorevoli del Sipri di Stoccolma.

Solo l’impegno diretto della società civile ha permesso di introdurre la legge 185/90 che ha posto alcuni limiti all’esportazione di armi rendendone trasparente la loro filiera produttiva e commerciale. Grazie a questa norma e all’impegno di molte associazioni è stato possibile, ad esempio, fermare l’invio di missili e bombe destinate all’aviazione saudita da parte di una società italiana controllata dalla multinazionale tedesca Rehinmetall. Uno stop decretato nel 2019 ma poi rimosso con decisione del governo nel maggio 2023. La legge 185/90 è ora in via di smantellamento operativo con voto finale in Parlamento giustificato con la necessità di rimuovere un ostacolo alla competitività delle nostre aziende sul piano internazionale, come dimostra la forte presenza delle società del settore nei grandi meeting organizzati dai Paesi acquirenti come il World defense Show promosso nel febbraio 2024 in Arabia Saudita che può vantare numerose relazioni di vario genere con l’Italia.

Non si tratta tuttavia solo di restare al balcone facendo fortuna con le tragedie degli altri ( Finchè c’è guerra c’è speranza è il famoso titolo di un cinico ma realista film degli anni 70), ma di considerare il coinvolgimento diretto nei conflitti, la necessità non voluta ma imposta dagli eventi di “mettere gli scarponi sul terreno”, per usare l’espressione usata più volte per chiedere il nostro intervento in luoghi anche lontani dalle frontiere fisiche secondo il nuovo concetto di difesa dei nostri interessi in qualsiasi parte del mondo siano minacciati. Che fare?

La tradizionale dottrina dell’obbedienza dovuta all’autorità legittima ha comportato l’invio al massacro della “grande guerra” che non tutti gli storici ritengono, a posteriori, “un’inutile strage”, perché ad esempio si afferma che da quel sangue e fango si sia formata la vera unità nazionale.

L’obbedienza dovuta ha giustificato la coscrizione imposta dalle scelte del regime fascista che lanciava la battaglia demografica nel segno del numero come potenza da usare come carne da cannone.

«Uccidere senza odio» è stata la formula dai cappellani dei quartier generali come formula destinata a pacificare le coscienze, anche se ad esempio il giovane Giordani, già citato, inorridito dai sacerdoti che benedivano le armi, decise di non sparare alcun colpo.

Rievocando quel periodo, papa Francesco si è recato a Redipuglia nel sacrario che contiene i resti di 100 mila giovani morti su quel fronte di guerra dove i disobbedienti venivano fucilati sul posto. Francesco ha detto di sentir salire da quel luogo il grido di Caino («A me che importa?») affermando che «Anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? È possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: “A me che importa?”».

Parole che non possono essere citate sterilmente, ma ci interrogano in profondità sul nostro posto nel mondo, sull’esigenza di incidere davanti a tragedie rimosse dal nostro sguardo come il grido che si alza dalla tragedia in corso in Terra Santa dove l’Europa non può restare inerte davanti alla carneficina in atto su Gaza dopo l’eccidio del 7 ottobre. Odio altrimenti destinato a crescere e auto giustificarsi se non si presta ascolto alle testimonianze di pace e dialogo nel dolore come la rete delle associazioni per la pace in Medio Oriente che chiedono di essere protagoniste politiche del cambiamento necessario per non innescare una spirale tale da portare l’umanità intera a scomparire nell’era delle armi nucleari.

Per tali ragioni numerose associazioni del mondo cattolico italiano promuovono la necessità di porre al centro del dibattito sociale e politico il bando alle armi nucleari presenti anche sul territorio italiano. Il ripudio della guerra posto in Costituzione esige un dialogo aperto ed esigente come lo richiede la gravità del momento presente, che vede schierati su posizioni diverse persone che professano la stessa fede. La complessità dei nostri giorni non può impedire la ricerca comune di una pace giusta, che non significa resa contro i violenti ma trovare strade diverse dalla guerra senza fine.

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