Scrivo anch’io. No tu no!

La giornata della libertà di stampa ci ricorda che tutti dovrebbero poter dire ciò che pensano se non istigano alla violenza, eppure così non è. Il pensiero unico impone i temi e le argomentazioni, se non sei d'accordo sei out! Sei bannato, minacciato e messo a tacere dal pubblico e dal Grande Fratello che possiede i social e le piattaforme di messaggistica. Stai attento a quel che dici, potresti perdere anche il lavoro!

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

3 Maggio 2022

Oggi è la giornata della libertà di stampa.

Giusto. Sacrosanto aver una giornata di questo tipo. E’ un fatto purtroppo risaputo, notorio diremmo, che ogni regime dittatoriale nella storia abbia – tra le altre cose – cancellato la cultura del popolo bruciando letteralmente i libri, o almeno quelli non graditi.
Mi chiedo: oggi sarebbe ancora così?
Giro per case di amici, conoscenti e clienti, e vedo librerie sempre meno popolate. Qualche volume, per lo più perché arreda. E raramente si mette sullo scaffale un libro dopo averlo letto. Insomma, diciamocelo pure: non siamo più un popolo di lettori.
Potrei scrivere pagine su questo. Ma non è argomento del giorno. Piuttosto mi serve per notare come oggi l’attenzione, e la formazione delle idee potremmo aggiungere, si sia spostata altrove: il web, e soprattutto i social.
Fonti facili, rapide, poco impegnative e secondo molti di noi anche sufficienti per farsi un’idea su tutto. Non è proprio del tutto così, e anche su questo tema, sulla non spontaneità e non disintermediazione dei contenuti che leggiamo si potrebbe fare un corso. Ma, ancora una volta, siamo solo ad una premessa: oggi se bruci un libro pochi si lamentano, e magari lo fanno perchè inquini. Ma se disgraziatamente si dovessero spegnere i social, allora rischieremmo di trovare buona parte della popolazione che girovaga in strada sperduta, come se fosse in mezzo al deserto senza orizzonte e bussola.
Ecco, ecco il terreno di elezione di quella libertà, vera o presunta che sia, che permette al pensiero di esprimersi e che fino a qualche decennio fa trovava asilo solo nei libri. Non più carta, ma video. E soprattutto i social. Non più pagine, ma immagini e poche righe.
Figlia dei tempi, forse molto più superficiale e spontanea, ma habitat naturale del pensiero di oggi. Con, e non è dettaglio da poco, una novità deflagrante: oggi non siamo più solo spettatori, lettori, uditori, ma anche – nel bene e nel male – produttori di contenuti: frasi, parole che tutti possono scrivere, leggere, commentare, approvare o censurare.
E allora, mi sorge una domanda: è qua, è in questo nuovo contesto che deve sopravvivere la libertà – se non di stampa – almeno di espressione?
Direi di sì. Anzi: sicuramente sì.
Qualcuno potrebbe sorridere, pensare che in questi network la libertà è scontata, piena. Che sia addirittura il loro valore aggiunto: nessuno controlla, nessuno veicola, tutti possono parlare.
Insomma: è il paese dei balocchi per chi scrive. E se lo fanno tutti, allora scrivo anch’io!
Non è così. Al netto del fatto che è ormai acclarato che i contenuti dei post vengano filtrati, a volte censurati, dai gestori dei social, quello che a mio avviso oggi è non tanto un problema, ma “il problema” è piuttosto l’atteggiamento censorio della popolazione del web. Un atteggiamento diffuso che ormai ha sdoganato la possibilità di negare la libertà di pensiero. Ne è – si spera decaduta – testimonianza culturale già il DDL Zan, che alla libertà di pensiero ha cercato appunto di dare una picconata, seppur solo in un senso. Che non sia passato al vaglio parlamentare quel testo è un bene, ma resta il fatto che buona parte del nostro paese lo avesse sposato (diciamocelo: senza leggerlo!) ed avesse approvato anche il fatto che chi esprime opinioni non condivise o non condivisibili debba, “debba” sia chiaro, esser messo a tacere, che scriva un libro, un articolo per un giornale o un post su facebook poco importa: o ci si allinea o si deve tacere! L’acqua in cui secondo molti dovremo vivere è  – purtroppo – questa.
E se si va in tale direzione è lecito chiedersi: quali sono le logiche che guidano la censura spontanea, la censura del popolo diremmo? Il fatto che ad esser censurati siano i pensieri che non si allineano ai “più numerosi”, e che  le censure non siano apparentemente condotte o mediate innanzitutto non vuol dire che esse siano giuste, e nemmeno che siano democratiche: anzi, mirano a zittire proprio la base logica della democrazia, ossia il dibattito e il confronto costruttivo tra opinioni opposte, o almeno diverse.

Nel suo pregevole, breve e complesso saggio “Nello sciame” Byung Chul Han parla a tal proposito di società dell’indignazione. La descrive come “sensazionalistica, priva di compostezza e di contegno“. Dice poi “l’insistenza, l’isteria, la riottosità tipica della società dell’indignazione non ammette alcuna comunicazione discreta, obiettiva, nessun dialogo, nessun discorso“.

Effettivamente sì, siamo un popolo che si indigna e aggredisce, prima di ragionare. E tanti saluti al dialogo.
E questo, ahimè, è terreno fertile per tutte le declinazioni e applicazioni del “politicamente corretto”, di quella ideologia che si permette di bacchettare tutte le parole, opinioni e omissioni che non facciano il tifo per una manciata di temi caldi, ovviamente a senso unico. Li conosciamo: diritti LGBTQI, ecc, aborto, eutanasia, ecc..
Su certi temi si può oggi parlare, postare, solo se si è allineati al pensiero dominante. Altrimenti è una pioggia di censure immediate, e spesso di insulti e minacce: perché verso chi osa andar contro corrente è lecito offendere, minacciare, odiare. E il tutto vien dal popolo.
Insomma: nessuna censura dall’alto, ma una autodistruzione – potremmo dire – dal basso. Permettetemi di citare un altro libro: nel suo datato ma attualissimo saggio intitolato “Divertirsi da Morire”, Neil Postman prospetta due scenari: quello di Orwell e quello di Huxley.
E dice “Orwell temeva che i libri venissero banditi. Huxley che non ci fosse più nessuno desideroso di leggerli. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privati dell’informazione, Huxley quelli che ce ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo. Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi, Huxley paventava l’avvento di una cultura volgare, interessata soltanto a cose frivole. In breve: Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, Huxley da ciò che amiamo“. Ancora: “Orwell sbagliava: pensava che il Ministero della Verità avrebbe provveduto a cancellare i fatti scomodi e i segni scomodi del passato. Ma, come  Huxley aveva previsto, non è necessario arrivare a tanto: basta una tecnologia benigna, ed ecco che si cancella la storia altrettanto efficacemente, o forse addirittura in modo definitivo e senza obiezioni”.
Con circa venti/trenta anni di anticipo, Postman (l’autore) aveva previsto le conseguenze del pensiero unico nel web: in un mondo fatto di superficialità ci sono solo due alternative: allinearsi o tacere (è un dato di fatto: quando la pensiamo in un modo diverso dai più spesso scegliamo di tacere per paura della reazione e dell’emarginazione che opprimerebbero il nostro pensiero se solo osassimo esprimerlo; in questo senso, per chi è curioso, si vada a vedere l’esperimento dello psicologo Asch).
Per chiudere, ancora una piccola citazione del libro sopra indicato: “quando il discorso pubblico si trasforma in balbettio infantile, quando in poche parole un popolo si trasforma in spettatore, allora il dibattito è in pericolo e la morte della cultura è una possibilità”. “C’è – prosegue l’autore – un cambiamento drammatico nei nostri modi di conversazione pubblica”.
Insomma: tutto è cambiato. I tempi sono cambiati. Oggi possono scrivere tutti. Proprio tutti. E io che a volte vado contro corrente? Scrivo anch’io?
No tu no.
E chiedo: Ma perchè?
Perchè no!

Federico Vincenzi

©Riproduzione riservata

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