Giornata Mondiale Parkinson: un contributo del neurologo Dr. Magni

Le manifestazioni della malattia sono motorie nelle fasi inziali mentre nelle fasi più avanzate coinvolgono la sfera comportamentale e in una certa percentuale di casi, specie dopo anni, anche cognitiva.

di Eugenio Magni

Il Dr. Magni è Direttore dell'U.O. di Neurologia in Fondazione Poliambulanza e docente di neurologia presso la Facoltà di Scienze infermieristiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

11 Aprile 2022

La Malattia di Parkinson (MP) e’ una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale relativamente frequente nell’eta’ adulta. Esistono forme, solitamente giovanili, nelle quali è identificata o sospettata una genesi di tipo genetico ed altre, ad esordio più avanzato e più comuni, di tipo “sporadico”.

La diagnosi di MP è formulata sulla base di criteri diagnostici predefiniti. Quelli previsti da Schoenberg e coll. (1985) fondano la diagnosi di parkinsonismo tenendo in considerazione 4 sintomi cosidetti cardinali: tremore a riposo, bradicinesia, rigidità, instabilità posturale. I meccanismi patogenetici nella MP sono legati essenzialmente alla degenerazione di una piccola porzione del sistema nervoso centrale, la substantia nigra, sede dove neuroni specializzati producono e rilasciano il neurotrasmettitore dopamina che interagisce con altri nuclei neuronali con il fine di rendere il movimento umano fluido e veloce.

I tassi di prevalenza della MP nelle varie popolazioni esaminate risultano estremamente variabili. Le stime sono abbastanza approssimative non esistendo un registro nazionale della patologia e sono in genere desunte da dati amministrativo-sanitari e dal consumo di farmaci specifici. In Italia gli studi indicano una prevalenza tra 65 e 275 ogni 100.000 abitanti ma per alcuni studiosi tale numero sottostima la reale prevalenza che potrebbe raggiungere il ragguardevole numero di più di 250.000 soggetti affetti in Italia. Si tratta infatti della seconda patologia neurodegenerativa più frequente dopo la malattia di Alzheimer.

I sintomi della malattia di Parkinson esordiscono in modo subdolo e spesso e anche per molti mesi o addirittura anni vengono mal interpretati come causati da malattie ortopediche, stati depressivi, invecchiamento fisiologico. Ciò è comprensibile se si fa riferimento all’esordio sfuggente che tipicamente caratterizza la patologia in oggetto. Infatti, spesso, tra l’esordio della sintomatologia e la diagnosi clinica vi è un intervallo di tempo variabile tra 6 e 18 mesi. Le manifestazioni della malattia sono motorie nelle fasi inziali mentre nelle fasi più avanzate coinvolgono la sfera comportamentale e in una certa percentuale di casi, specie dopo anni, anche cognitiva.

La durata della malattia è estremamente variabile e abbastanza imprevedibile. In alcuni casi la compromissione motoria è abbastanza veloce, con disabilità nell’arco di alcuni anni, in altri si assiste ad una evoluzione lenta e ben gestibile con modificazioni terapeutiche. La terapia farmacologica negli ultimi decenni ha infatti visto numerose novità che hanno consentito un sempre migliore controllo delle complicanze motorie e non motorie. Da più di un ventennio inoltre sono applicate tecniche di neurochirurgia funzionale quali la Deep Brain Stimulation che hanno consentito a molti pazienti di recuperare una ottimale qualità di vita.

Le fasi molto avanzate della malattia, che occorrono dopo numerosi anni di malattia,  si caratterizzano per una importante riduzione motoria con pazienti confinati in carrozzina o a letto e frequente associazione di demenza di varia gravità. La morte in genere sopraggiunge per complicanze infettive. In epoca precedente all’introduzione di levodopa (il primo è più potente farmaco per il Parkinson) l’aspettativa di vita evidenziava un rischio relativo di morte 3 volte superiore nei soggetti parkinsoniani rispetto alla popolazione generale.

Dopo l’introduzione della L-dopa si è assistito ad una inversione di tendenza con una sopravvivenza sovrapponibile alla popolazione generale. In un’ultima ricerca effettuata, è stato riscontrato un rischio relativo di morte lievemente più elevato rispetto alla popolazione di controllo (1,6 IC 95% 1,3-1,8). L’età media alla morte risultava pari a 81,9 anni nei casi e 82,9 anni nei controlli (Fall e coll. 1999).

In conclusione possiamo considerare la MP un disturbo neurodegenerativo con una evoluzione abbastanza lenta e ben mitigabile con l’attuale armamentario terapeutico, con una solo lieve riduzione della aspettativa di vita. Risulta fondamentale un corretto ed olistico approccio terapeutico per assicurare al paziente, anche in fase avanzata, la miglior qualità di vita possibile.

Bibliogafia
Schoenberg BS , Osontokun BO , Adeuja AOG, Bademosi O, Nottidge V, Anderson DW, Haeree AF. (1988). Comparison of the Prevalence of Parkinson’s Disease in Black Populationin the Rural United States and in Rural Nigeria. Neurology 38:645-646.
Chiò A., Magnani C., Schiffer D., Prevalence of parkinson’s disease in Nothwestern Italy: comparison of tracer methodology and clinical ascertainment of cases. Mov. Disord., 13:400-405, 1998.
Fall PA, Fredrikson M, Axelson O, Granerus AK (1999). Nutritional and occupational factors influencing the risk of Parkinson’s disease: a case-control study in Southeastern Sweden. Movement Disorders 14:28-37.

Eugenio Magni

Il Dr. Magni è Direttore dell'U.O. di Neurologia in Fondazione Poliambulanza e docente di neurologia presso la Facoltà di Scienze infermieristiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

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