Il paradosso della disabilità

3 dicembre: giornata internazionale delle persone con disabilità: della disabilità si parla malvolentieri, con gli occhi bassi, spesso in modo contraddittorio. Eppure la fragilità ha molto da insegnare e molto da dare.

di Gianantonio Spagnolin

Gianantonio Spagnolin, classe 1957, sposato, con due figli, da 40 anni fisioterapista nell'unità spinale dell'ospedale di Sondalo (SO), referente del FD di Sondrio.

3 Dicembre 2022

Della disabilità si parla malvolentieri, con gli occhi bassi, spesso in modo contraddittorio. Si rivendicano i diritti delle persone disabili, ma si lascia intendere che l’eutanasia può essere meglio di una vita che non corrisponde ai canoni del “benessere”; si celebrano le gesta degli atleti disabili, ma si esorta a non farli nascere – questo è il senso di tanti screening prenatali, come attestano i proclami dei paesi che si avviano a “liberarsi” dalla sindrome di Down.

Ci si limita ad esaltare le persone disabili che praticano lo sport competitivo, peraltro accessibile a pochissimi e macchiato dagli stessi disvalori dello sport dei normodotati, e non si colgono invece aspetti positivi legati all’essere fragili. Eppure non mancano: la fragilità ha molto da insegnare e molto da dare.

Ci insegna che la salute è sì una ricchezza, ma niente affatto indispensabile per vivere bene: se lo fosse, non si spiegherebbe la buona o ottima qualità della vita riferita da tante persone con disabilità gravi o gravissime. È un fenomeno ben documentato nella letteratura scientifica, che lo chiama paradosso della disabilità evidenziando come sia ignorato non solo dal sentire comune ma anche dagli operatori sanitari. Da dove viene questa inaspettata serenità? Soprattutto dall’aver dato più valore alle relazioni, dall’averle coltivate con cura, e dall’aver tolto valore a prestanza, efficienza, avvenenza: le qualità che il mondo, di fatto, premia.

In questo stesso ambito, la letteratura scientifica riferisce un altro fenomeno inatteso, definito crescita post-traumatica: l’irrompere di una patologia disabilitante nella vita di una persona sana è spesso occasione per crescere in umanità. Vale a dire che da un evento traumatico grave si esce con le ossa rotte, ma non di rado arricchiti nell’animo. Qualcuno osserverà che lo si è sempre saputo, le difficoltà fortificano l’uomo, ma è una lezione di vita che abbiamo messo in disparte.

Come si intuisce, questi guadagni nella cosiddetta qualità della vita non sono immediati ma prendono posto piano piano, dopo un primo periodo di crisi esistenziale profonda. E, ribadiamo, sono guadagni inattesi. Il che induce due brevi riflessioni su testamento biologico ed eutanasia o suicidio assistito che dir si voglia. Con quale consapevolezza la persona ancora in salute decide di non voler vivere più quando la salute l’avrà abbandonata? Sta proiettandosi in un domani che non sa affatto “vedere”! E lo stesso vale per la persona diventata disabile da poco che chiede di porre fine alla sua vita perché la immagina per sempre intollerabile. Un errore fatale.

Si potrebbe ora obiettare: quanto detto sarà anche vero per le persone disabili che hanno capacità mentali intatte, ma non per chi le ha sensibilmente o forse totalmente compromesse. Per capirci: quale bene ci può essere nelle vite umane definite in modo brutale e improprio “vegetative”? In realtà il vissuto di queste persone ci è pressoché ignoto – a mio avviso è una delle poche certezze in proposito – e quindi non siamo autorizzati a ritenerle in stato di cronica e grave sofferenza e tanto meno prive di umanità. Per capire cosa di buono questo tipo estremo di fragilità può dare bisogna volgere lo sguardo oltre i confini dell’individuo. Bisogna guardare all’uomo e alla donna che si dedicano ad assistere chi ha una disabilità grave, tanto grave da non poter nemmeno ringraziare. Chi vi si dedica allarga il suo cuore come più non potrebbe, insegna l’amore per il prossimo, crea amicizia vera e solidarietà, porta alla luce la generosità in tutta la sua bellezza. Alla fine, la creatura reputata totalmente inabile è capace di suscitare attorno a sé una grande ricchezza.

La mentalità dominante non riesce nemmeno a scorgere tutto questo. La sua visione della disabilità è tragicamente distorta. Allora, per stare dalla parte dei più deboli facciamo sapere “dai tetti” che anche nelle prove e grazie alle prove ci può essere gioia e pienezza di vita e che i bisognosi di tutto non sono un peso per la società ma una risorsa: fanno emergere le qualità migliori degli uomini che stanno al loro fianco.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER!

Resta aggiornato con tutte le iniziative e gli articoli in difesa della vita e della famiglia.


    Acconsento al trattamento dei dati secondo la Privacy Policy

    Ti potrebbe interessare..

    Rinnovare l’impegno a non rassegnarci

    Rinnovare l’impegno a non rassegnarci

    Per una “cultura di vita” bisogna Rinnovare l’impegno a non rassegnarci ai ‘luoghi’ divenuti ‘comuni’: si può realizzare vera solidarietà con chi soffre, ad ogni livello, dall’emarginato al malato gravissimo.

    Ha vinto la vita

    Ha vinto la vita

    Mi colpisce, scandalizza e, francamente, mi fa sentire anche terribilmente in colpa la vicenda della donna che ha partorito il bambino e poi, non potendosi permettere una nuova vita, non lo ha riconosciuto.
    C’è sempre una alternativa all’aborto, accogliere, o permettere di accogliere, una nuova vita.

    Grazie donna!

    Grazie donna!

    Il 25 novembre, è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un fenomeno di violenza che vede morire una donna ogni tre giorni solo in Italia

    Share This

    Se ti piace questo articolo lo puoi condividere!

    Altre persone potrebbero trovarlo utile.