Il patriarcato che scoppia

Voglio parlare della manifestazione di sabato scorso, quella contro la violenza sulle donne. Ripeto: contro la violenza.

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

29 Novembre 2023

Ebbene sì. Tocca anche a me parlarne.
Il Patriarcato, lo scrivo con la “P” maiuscola. In alcuni ambienti lo definirebbero trend topic, ossia l’argomento del giorno. E allora, come posso esimermi dal parlarne
Però non voglio dire la mia sulla violenza sulle donne, sul narcisismo esasperato degli uomini, e nemmeno sulla storia che il problema sono i papà che non sono più papà, ma adolescenti con i capelli bianchi. Ne hanno parlato in tanti, e come spesso accade lo hanno fatto meglio di me.
Allora che dico?
Voglio parlare della manifestazione di sabato scorso, quella contro la violenza sulle donne. Ripeto: contro la violenza. E il fatto che in una manifestazione – lo ripeto in modo ossessivo – contro la violenza ci sia stata gente che ha trovato il modo (premeditato ovviamente) di rompere le vetrine della sede di ProVita e Famiglia, di scassare vetri e di cacciar dentro un ordigno, per quanto difettoso, no, non lo si può accettare.
Ripeto: No!

E’ semplicemente illogico, contraddittorio: un po’ come andare nella curva della Roma con la maglia della Lazio. Fuori luogo, del tutto.
Se già quanto successo quindi mi spaventa e mi indigna, credo che però l’unica cosa che quella violenza, perchè violenza è stata, ha fatto scoppiare è stata l’ipocrisia di certe persone che, guarda caso, ci troviamo sempre contro.
Prima qualche tentativo di difesa dell’indifendibile: “non è scoppiato nulla, non era un ordigno capace di esplodere” o “in fondo si è trattato di un piccolo gruppo, gli altri erano pacifici”. Insomma: le solite difese che ti fanno pensare che talvolta è meglio tacere.
E poi qualche dissociazione dai fatti, tra molto silenzio.
Sia chiaro: dissociazioni a denti stretti. La ripetizione fino alla noia del mantra “io condanno la violenza”. Però, a ben ascoltare, pare sempre che quella frase pronunciata dai vari esponenti delle sinistre e dei movimenti contro la vita, non sia finita in quella condanna. Pare tronca. Sembra sempre che ci sia un “ma…” rimasto soffocato tra le labbra di chi parla. Un “ma” seguito da parole che dicono sempre, in un modo o nell’altro: “alla fine non è stato chissà cosa, e poi….ve lo meritate”.

Si, tra le righe si legge questo concetto. Perchè pare che da qualche parte si pensi che ci sia violenza e violenza. Quella che non si può fare e che va sempre condannata e soffocata e quella che invece si può fare, anzi: te la meriti proprio. Perchè ti permetti di pensare, di dire quel che pensi. Potremmo dire: ti permetti di esser libero, ma non puoi esserlo, almeno su alcuni argomenti come aborto, eutanasia, utero in affito. No, in quei temi devi tacere per non urtare la libertà di chi vuol fare quel che vuole. Se non si è capito: non siamo liberi di pensare per lasciare gli altri liberi di fare tutto quello che vogliono. Ipocrisia allo stato puro.

Quella Ipocrisia che scende in piazza a protestare, con le scarpette rosse e la sciarpa rosa. “No alla violenza”. Di nessun tipo: dalla coltellata all’umiliazione, dalla sberla all’allusione sessuale fino alla parolaccia no! Mai! La donna non si tocca nemmeno con lo stelo di un fiore. Oh, un attimo: non sempre,sia chiaro. Perché se per esempio ad esser messe sulla graticola, offesa anche pubblicamente, fatta oggetto di parolacce e, se fosse possibile, anche di qualche ceffone è il presidente (o la presidenta?) Meloni tutto va bene. Beh, è femmina sì, ma in fondo se lo merita…
E la cara Costanza Miriano? Quante gliene dicono. Ma no, in quel caso le scarpette rosse restano in ripostiglio.
Se lo merita: non è allineata con il pensiero.
Cari signori che avete partecipato con le coccarde dei partiti alla manifestazione: non prendeteci in giro. Non basta un “mi dissocio”. Quella è una presa in giro.

Sapete cosa dovete fare?
Facciamo un gioco.
Provate a immaginare il family day. Una manifestazione che si dichiara pacifica, contro la violenza. Padri, madri, bambini. Un corteo felice e festoso che passa per le vie di Roma e ad un certo punto si trova davanti a qualche sede di associazione Lgbtqui…
Non faccio nomi perchè non ne conosco. Ma tant’è. E d’improvviso iniziano a calciare le vetrine, a spaccare le serrande e, guarda un po’, in tanta improvvisa e incontrollabile furia qualcuno fruga in tasca e che ci trova? Una bombetta. Per carità: nulla di nucleare. Non scoppia nemmeno, ma pur sempre polvere da sparo, non caramelle frizzanti.

Ora pensateci bene a questa scena. Fatevi proprio il film.
E poi immaginatevi d’improvviso sulla poltrona di un talk show quella stessa sera.
Che direste? Con che toni parlereste? Sarebbero ancora sospirate dissociazioni?
Sicuri che in quel caso non finireste per stracciarvi le vesti e gridare la paura di un ritorno della dittatura di metà secolo scorso, o almeno degli anni bui e scoppiettanti del 68? Sicuri di rimanere così tranquilli?
Lo so, lo so che direste. Lo so cosa fareste.
Io lo so.
Questa è l’ipocrisia, che poi vuol dire recita.
Peccato che qualcuno ancora ci caschi.

foto dal sito web di Provita & Famiglia

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

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