Il superiore interesse dei bimbi è stare con la mamma e con il papà

Il dibattito in corso sul tema dell’utero in affitto sta finalmente chiarendo un aspetto della vergognosa pratica, cioè quello dello sfruttamento delle donne che, nella grande maggioranza dei casi, sono persone povere, indigenti, che vivono in Paesi con enormi problemi economici e che, quindi, acconsentono per motivi di necessità vitali.

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

30 Marzo 2023

(Per gentile concessione del quotidiano “La Verità”)

29-3-2023

Il dibattito in corso sul tema dell’utero in affitto sta finalmente chiarendo un aspetto della vergognosa pratica, cioè quello dello sfruttamento delle donne che, nella grande maggioranza dei casi, sono persone povere, indigenti, che vivono in Paesi con enormi problemi economici e che, quindi, acconsentono per motivi di necessità vitali.

Per questa ragione, molte volte già negli anni passati – quando la censura del silenzio imposta dal politicamente corretto regnava sul tema – denunciavamo l’aspetto razzista e neo-colonialista della pratica. Rimane, però, un altro aspetto rilevante da affrontare, che ha addirittura la priorità rispetto a quello dell’incivile sfruttamento: si tratta del diritto del bambino.

Al centro di ogni scelta civile, sociale e politica che vede in gioco un bimbo ci deve sempre e solo essere il suo “superiore interesse”. Lo riconosce e lo dichiara proprio la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (ONU, 1989), approvata in Italia con la legge 176/1991: “In ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale, l’interesse superiore del bambino deve essere una considerazione preminente”. Ed è assolutamente indubitabile che, da che mondo è mondo, il miglior interesse per qualsiasi bimbo è di avere e crescere con la sua mamma e il suo papà.

Il rischio che sembra delinearsi in questi giorni di dibattito e confronto fra schieramenti politici antagonisti, è quello proprio della “merce di scambio”, “tu dai una cosa a me e io ne do una te”: la sinistra non ostacola la proposta di “reato universale”, ma chiede in cambio una modifica dell’ordinamento sull’adozione speciale che apra alle adozioni per coppie omogenitoriali. Questo “inciucio” va denunciato e bloccato con grande fermezza, perché non tiene conto, appunto, del “superiore interesse” del bimbo. In un intervento televisivo, la Ministra Eugenia Roccella, riferendosi alle coppie omosessuali, ha correttamente affermato che un “buon padre” o un “cattivo padre” può essere una persona omosessuale tanto quanto una eterosessuale, ma il punto delicato da evidenziare non è quello del buono o cattivo padre, quanto quello di quale sia il migliore ambiente di vita e di crescita di cui un bimbo ha bisogno per lo sviluppo della sua personalità. E non vi è ombra di dubbio che l’armonico sviluppo neurocognitivo – soprattutto nel periodo 0/6 anni – richiede la presenza binaria della madre (donna) e del padre (uomo).

I processi neurobiologici di relazione e di strutturazione identificativa e diversificativa, di intersoggettività e intercorporeità, di rappresentazione mentale, di “funzione specchio”, necessitano che le due figure genitoriali siano entrambe presenti, differenti e complementari. Il papà/uomo porta e trasmette delle specificità che la mamma/donna non ha, e viceversa, e il bimbo introduce, interiorizza ed elabora le une e le altre, arrivando così a “conoscere” la propria identità personale, maschile o femminile. Questo è L’abc nella neurobiologia dello sviluppo neurocognitivo infantile e non può essere cestinato per soddisfare ad un’impostazione ideologica, priva di qualsiasi substrato scientifico.

Affermare che ci sono statistiche che riportano dati di sviluppo “normale” di bimbi cresciuti in ambiente omogenitoriale, non vuol dire proprio nulla nel momento in cui si deve decidere quale sia l’ambiente migliore per assegnare un bimbo in adozione, tanto più che in Italia – a fronte di 6 coppie idonee all’adozione – vi è un solo bimbo dichiarato in stato di adottabilità, e quindi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il miglior interesse per ogni bimbo è indiscutibilmente la presenza di mamma e papà. Sarebbe quantomeno illogico e senza senso, oltre che socialmente irresponsabile, negare questa possibilità naturale, preferendo al contrario una opzione ideologica come quella omogenitoriale.  Il contrasto alla vergognosa pratica dell’utero in affitto non può non portare con sé una chiara chiusura alle adozioni omogenitoriali, fermo restando il “superiore interesse” del bimbo.

 

Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

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