LA CENTRALITA’ POLITICA della QUESTIONE ANTROPOLOGICA

Come la famiglia accoglie la vita e si fa carico di quella malata, anziana, disabile, così dovrebbe essere nel corpo sociale e nello Stato.

di Pino Morandini

ex magistrato e membro della Giunta del Movimento Per la Vita con incarico di Vicepresidente per il dialogo con la politica.

23 Agosto 2022

Le ultime vicissitudini in ordine alle alleanze elettorali hanno gettato un’ombra tragicomica su taluni degli attori della scena politica nazionale. Così, mentre una pressoché univoca campagna mediatica tratteggia una meschina soap – opera fatta di asseriti matrimoni seguiti da presunti tradimenti e sicuri divorzi, riempiendo prime pagine di quotidiani – il Paese reale ha a che fare con tutt’altri problemi. Certo, la scelta degli alleati con cui presentarsi dinanzi all’elettorato è dirimente, tuttavia quanto sta accadendo offre uno spettacolo indicibile che, comprensibilmente, sta allontanando il popolo italiano dalla politica.

Da quasi quindici anni, infatti, non c’è un governo uscito dalle urne e ci son partiti che, alla faccia della democrazia, governano regolarmente pur avendo regolarmente perso le elezioni. In barba alla Costituzione, è un chiaro segno della perversione della Repubblica parlamentare pensata dai Padri Costituenti.

Al di là di siffatte considerazioni, è tuttavia lampante che un simile proscenio non sia che il sintomo di un male ben più radicato che involve la concezione della politica, della società, dell’uso del potere, rinviando ancora una volta alla questione antropologica. E che le scelte in ordine a come orientare politica, amministrazione ed alleanze derivano da una Weltanschaung, cioè da una visione del mondo.
In molti detta visione si rivela piuttosto superficiale. Infatti, ciò che va tristemente in scena nel centro sinistra svela un teatrino in cui si è pensato prima ai partiti con cui aggregarsi, poi ai programmi e alle cose concrete da fare! In altri termini, ciò che conta è agguantare in qualche modo il potere. Logica e senso del bene comune vorrebbero, invece, che in primo luogo ci si confrontasse sui programmi, poi si stringessero alleanze con forze politiche affini quanto a concezione del mondo e a risposte reali ai problemi.

La società civile si trova oggi all’interno di un complesso processo culturale che evidenzia una permanente incertezza di fronte alla nuova epoca che sta emergendo. E mentre vanno salutate positivamente le numerose conquiste di condizioni di vita più umane su svariati versanti, non si può non osservare con preoccupazione il nemmeno troppo strisciante prevalere di un certo relativismo etico – ciascuno rivendica totale autonomia per le proprie scelte morali – che investe pure la politica con ricadute non sempre positive su fasce deboli.
Il guardare con sospetto a siffatto relativismo non inficia la laicità del servizio politico, cioè l’autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica, ma non da quella morale, cioè da cosa è bene o è male per la promozione del bene comune.Altrimenti, il relativismo mostra il suo vero volto: un assolutismo spietato a servizio del potere, come ben dimostrano i totalitarismi.

Eppure, secondo taluni, il pluralismo etico sarebbe condizione per la democrazia e non pochi politici ritengono di rispettare la cennata autonomia del singolo approvando leggi che esulano dall’etica naturale per seguire orientamenti culturali o morali transitori.
Riemerge con forza la centralità della questione antropologica. La politica non può fingere di accantonare problemi ormai divenuti nodali per le democrazie postmoderne, quali famiglia, stati vegetativi, libertà educativa, denatalità, malattia, utero in affitto, eutanasia, aborto,ecc. Se li accantona, si espone fatalmente al rischio di divenire forte con i deboli e debole con i forti.
Certo, le questioni economiche e connessi hanno il loro peso, tantopiù in un contesto di aumento del disagio economico e sociale. Ma non sono tutto ed esse vanno affrontate avendo a mente la primazia dell’uomo anche, soprattutto direi, dinanzi ad un mercato spietato divenuto più forte del Legislatore.

Come insegnano Paesi importanti quali USA, Francia, Regno Unito, Spagna, la biopolitica è ormai entrata nell’agenda elettorale e di governo. Ci si sta accorgendo che, mediante le biotecnologie – il cui fondamento è spesso l’assoluta libertà del soggetto che fa perno solo su se stesso e sulle sue potenzialità – muta la comprensione che abbiamo di noi stessi, degli altri, della società. Senza il primato antropologico non solo finanza ed economia sarebbero oppressive, in quanto ridurrebbero la persona a semplici costi e ricavi, ma ne risentirebbe negativamente lo stesso Stato sociale.

Anche per questo, per essere tale e non ricattabile da gruppi di pressione, una coalizione di governo, ma oserei dire, lo Stato, deve fondarsi su un progetto di bene comune.

Cosa si colloca alla radice del bene comune, cioè del bene di tutti e di ciascuno, se non le accennate realtà fondative dell’umano? Anzi, queste possono essere addirittura paradigma per le Istituzioni, a partire dallo Stato: come la famiglia accoglie la vita e si fa carico di quella malata, anziana, disabile, così dovrebbe essere nel corpo sociale e nello Stato. Non è una questione di assistenza, ma di giustizia, una giustizia che dipana poi i propri riverberi su tutto il tessuto sociale, non ultimo quello economico! Dove ciò è accaduto, la gente ha ritrovato speranza, voglia di vivere. E non ha disertato le urne.

Questo è l’humus fecondo su cui costruire poi la politica in tutti gli altri settori della vita sociale – dall’economia all’ambiente, dall’agricoltura al turismo, ecc… Non è forse questo il fine della buona politica?

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