La giornata dei diritti nasce dai nostri doveri.

Il dieci dicembre si celebra la giornata dei diritti umani. È lecito chiedersi: come sarebbe il mondo se si parlasse meno di diritti e più di doveri? Dovremmo ricordarlo ai nostri figli. Senza farli sentire in colpa: partendo dalle piccole cose. Dallo sparecchiare la tavola come segno di restituzione, o gratitudine, verso le fatiche che […]

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

9 Dicembre 2021

Il dieci dicembre si celebra la giornata dei diritti umani.
È lecito chiedersi: come sarebbe il mondo se si parlasse meno di diritti e più di doveri?

Dovremmo ricordarlo ai nostri figli. Senza farli sentire in colpa: partendo dalle piccole cose. Dallo sparecchiare la tavola come segno di restituzione, o gratitudine, verso le fatiche che la mamma fa, tutti i giorni, per loro. Bastano, sia chiaro, piccole cose, verso chi abbiamo vicino. In fondo sta scritto: ama il prossimo tuo, mica chi è lontano!
Invece no, si sente parlare solo di diritti.

“Diritto”, una parola che oramai è stata vestita di sacro. Si parla, spesso a sproposito, di diritti civili, confondendo troppo spesso – appunto – i diritti con le libertà, le libertà addirittura con l’arbitrio e – senza timor di esagerare – con i capricci.
Ma i diritti sono una cosa ben precisa. Almeno per un legale.
Un diritto non è mai assoluto, perché sempre, sempre si badi bene, esso si cala in una relazione. Ed è come se fossero due pesi su una bilancia: se uno sale, l’altro scende. Quindi, per semplificare: se da una parte c’è un diritto, dall’altra ci sarà sempre un obbligo, un dovere di qualcuno di soddisfarlo questo diritto, o almeno di rispettarlo.

Purtroppo questo binomio è stato dimenticato. Si è data, specie in certi campi, una visione unilaterale del diritto, che è stato eletto a valore unico e assoluto, superiore. Diritto: punto.
Ora, enfatizzare solo questo aspetto delle relazioni giuridiche è un rischio, o forse – purtroppo – un sintomo: parlare sempre solo di diritti, e mai di doveri, è semplicemente un porre l’accento solo ed esclusivamente sull’io, quasi rendendolo assoluto, e in tal modo si finisce addirittura per buttarlo fuori dal suo ambiente naturale: la relazione. Io, solo io: parlare solo di diritti ci fa sentire il centro del mondo.
Il diritto genera quella che – in “legalese” – viene chiamata “pretesa”. Sia chiaro, il termine è tecnico, ma nell’abuso del concetto di diritti svela anch’essa un pericoloso atteggiamento: chiedere, volere, pretendere.

E il dono?
E il donare se stessi?

Non sembra esserci spazio per il dono, per il pensare all’altro in una società che ha centrato tutta l’attenzione sul sé. Non c’è enfasi per il dovere, che altro non è che la legale applicazione del donarsi. Certo, forse la parola “dovere” evoca in noi un qualcosa di forzato, ma non è così. L’etimologia della parola “dovere” è importante: deriva dal latino, dalle parole “de” e “habēre”, e significa ‘possedere qualcosa avendolo avuto da altri’, quindi – in quanto tale – il dovere richiama l’esser obbligato alla restituzione. Chiaro quindi come questa parola, tanto bistrattata, sia invece quella che ci cala in una relazione, che ci porta a viverla pensando di dare, di restituire, e non di pretendere e avere.

E allora è chiaro che se si parte da questa prospettiva, un nascituro non voluto non è semplicemente l’oggetto della liberissima volontà di una donna che giunge a negare una vita nascente. No, perché da questa prospettiva quel bambino diventa la giusta restituzione alla vita di una donna che vive proprio perché qualcuno non ha detto no alla sua. E ora, restituisce.
Ugualmente, in questa angolazione, non si vede più l’utero in affitto come la normale pratica di acquisto di chi “ha il diritto” di avere un bambino, ma come la pratica barbara di persone che non vogliono restituire alla madre naturale ciò che è suo, la dignità, e al bambino quel che è suo: la mamma, la sua mamma che lo ha portato in grembo.

Potrei proseguire, ma presumo che il concetto sia chiaro.
Perché tutto nasce e finisce nell’Amore. E quello, lo sappiamo bene, nasce con un atto di dono. Non con l’invocazione di un diritto.
Probabilmente, per chi legge, è chiaro ora il tranello che può celarsi in una società che parla solo di diritti: isolamento, egoismo, divisione. Questo è il mondo che prepariamo se si parla solo, solo ed esclusivamente, di diritti, senza ricordarci del loro corrispettivo relazionale.

Ecco: se vogliamo esser umani, parliamo di doveri. I diritti verranno da sé.

©Riproduzione riservata

di Federico Vincenzi Avvocato – Associazione FamilyDay Brescia

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