La legge sull’aborto si può toccare. Eccome. Di Pino Morandini e Massimo Gandolfini

Può darsi che oggi non sussistano le condizioni per qualche modifica della legge, ma se i movimenti antischiavisti si fossero arrestati di fronte all’assenza di condizioni per bandire la schiavitù, ne avremmo ancora l’istituto giuridico.

di Pino Morandini

ex magistrato e membro della Giunta del Movimento Per la Vita con incarico di Vicepresidente per il dialogo con la politica.

30 Maggio 2022

Per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

LETTERA APERTA A MARINA TERRAGNI

Gentile dott.ssa Terragni,

le scrivo pur non conoscendola personalmente (ci siamo solo incrociati come relatori in un paio di webinar), per confrontarmi su un tema tornato alla ribalta in occasione della Manifestazione “Scegliamo la vita”, cui ho recentemente partecipato e contribuito.
Faccio in particolare riferimento alla sua affermazione per cui «la legge 194 non si tocca».

Poiché ho sovente apprezzato la sua capacità di riflessione libera, non prigioniera del pensiero unico, per esempio sui temi del gender e della maternità surrogata, non posso non pensare che ella non tenga in debito conto l’evoluzione della scienza, della tecnica, del pensiero giuridico e di ben 44 anni di attuazione di quella legge e che, a prescindere da ove tragga scaturigine la Sua convinzione, mi farebbe piacere confrontarmi con Lei sul punto.

Proprio facendo appello alla sua onestà intellettuale, sintomo di una non comune passione per alti valori umani, mi permetto dunque di interloquire su un tema così profondamente umano, anche se costellato di risvolti delicati e controversi. Lo scopo è unicamente quello di costruire qualche brano di quell’etica vera e insieme planetaria di cui oggi l’umanità ha bisogno e su cui lei ha manifestato acuta sensibilità ed interesse.

Parto da alcuni dati di fatto:

1) è assai diffuso il desiderio di porsi accanto e non contro le gestanti in difficoltà e al contempo cresce l’inquietudine di fronte all’aborto, trattandosi comunque dell’eliminazione di un essere umano (senza voler esprimere giudizi su persone). Non va dimenticato che, come la letteratura in merito conferma, anche la gestante che ricorra all’IVG ne ricava un profondo trauma e che, in ogni modo, si tratta di una scelta tragica dinanzi a cui la donna è lasciata profondamente sola (non è maschilismo questo?);

2) quando si afferma che la legge è stata male applicata (aspetto su cui ha perfettamente ragione), non va dimenticato che la cattiva gestione è consentita dalla legge stessa. L’ambiguità, presente fin dai primi articoli, è stata voluta per evitare di prendere posizione sulla questione se il concepito abbia o meno diritto di nascere. Se vogliamo migliorare la gestione della legge, dobbiamo togliere le ambiguità delle c.d. “parti buone”. Lavori preparatori e lettera della legge provano che, delle tre anime che si sono confrontate nel dibattito parlamentare (negazione della soggettività del figlio; indifferenza rispetto a costui figlio; riconoscimento della sua soggettività giuridica, nonché della sua umanità), ha prevalso nettamente la prima. E ciò ha evidenziato l’insufficienza anche delle c.d. “parti buone”, che sono servite, mascherando la ben più aspra volontà della legge, per ottenere consensi anche in aree non disposte a riconoscere il diritto di aborto;

3) mi pare che 44 anni di attuazione della legge indichino alcuni dati incontrovertibili emersi dalle relazioni che i Ministri della Salute e della Giustizia sono tenuti annualmente a portare in Parlamento, ai sensi dell’art. 16.

Essi sono:
a) la realtà di un aborto sostanzialmente libero. La legge non prevede la legittimità dell’aborto in casi estremi e particolari, come si vorrebbe far credere, e come sarebbe ammissibile da un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, ricondotta all’alveo delle norme penali, ma, nei primi tre mesi di gravidanza, in ogni caso in cui la donna lo chieda. In tal modo travolgendo i limiti fissati dalla Corte costituzionale che, prima della discussione della legge, aveva ancorato l’aborto a casi rari richiedendo il «…previo accertamento medico circa la realtà e la gravità di un pericolo non altrimenti evitabile per la salute della donna» (sent. 27/75);
b) la riduzione della prevenzione alla sola contraccezione. A dire il vero, gli artt. 2 e 3 contemplano l’offerta di alternative all’IVG, ma il dettato legislativo, modellato sull’idea della libera scelta, ha portato molto spesso, anche se non sempre, a considerare che l’esito “naturale” di una gravidanza non desiderata fosse l’aborto e quindi che l’unico metodo per evitarlo fosse quello della massima diffusione dei contraccettivi. Ciò peraltro induce a dimenticare che è possibile anche una prevenzione post-concepimento, dimenticanza avallata dalle citate relazioni ministeriali, alla cui stregua mai si è fatta menzione dei bimbi salvati dall’aborto;
c) lo snaturamento dei consultori familiari, relegati a un ruolo sanitario e sottratti a quello sociale, assai più consono alle ragioni per cui sono nati. Non più pertanto il metodo del consiglio e dell’aiuto alla madre nel proseguire la gravidanza, restituendole il coraggio e la libertà dell’accoglienza, bensì quello della mera registrazione di una scelta libera della donna. Quando invece l’esperienza dimostra che la solitudine è spesso nemica della gestante e della vita e la gravidanza è periodo delicatissimo, specie se vissuta nelle difficoltà e nell’abbandono!

4) L’esperienza del volontariato per la vita. L’originalità dei C.A.V. consiste nell’offrire quell’alternativa positiva all’aborto che la legge 194 afferma di volere, ma che non ha realizzato. Lo stile di quel volontariato sono accoglienza, discrezione,non giudizio, restituendo alla donna la libertà di non abortire e infondendole coraggio e fiducia in se stessa. Ne conseguono alcune indicazioni:

a) l’efficacia di un volontariato preparato, non sostitutivo dell’Ente pubblico, capace di accendere nella gestante risorse più persuasive di un colloquio burocratico;
b) la decisività di un’educazione permanente che promuova il rispetto per la vita in tutto il suo arco, ivi compresa la fase prenatale;
c) la rivalutazione del ruolo originario dei Consultori familiari di una loro collaborazione con il volontariato per la vita, ai sensi dell’art. 2 della legge 194;
d) l’efficacia di un aiuto economico misurato sui reali bisogni.
Se in questi 44 anni minuscoli drappelli di volontari, con poche risorse, hanno
aiutato a nascere 250 mila bambini e ridato speranza ad altrettante madri, quanto più imponente potrebbe essere quel risultato se pure le Istituzioni facessero la loro parte! Tanto più oggi in piena denatalità, carica di rischi per le future generazioni! Alla fine, in buona sostanza, è una questione di giustizia, cui lei so essere sensibile.
Può darsi che oggi non sussistano le condizioni per qualche modifica della legge, ma se i movimenti antischiavisti si fossero arrestati di fronte all’assenza di condizioni per bandire la schiavitù, ne avremmo ancora l’istituto giuridico. Il problema non va affrontato in termini di “tutto o nulla”, ma con la strategia dei piccoli passi, a partire da un ben argomentato lavoro culturale.

Del resto lo stesso sen. Giovanni Berlinguer, relatore di maggioranza al Senato di quella che sarebbe diventata la legge 194, nel suo intervento prima del voto finale affermò: «Sarebbe assai utile e opportuno un impegno di tutti i gruppi promotori a riesaminare, dopo un congruo periodo di applicazione, le esperienze negative e positive di questa legge…Dobbiamo ripartire continuamente dall’idea che il problema, per la sua complessità e delicatezza, richiede da parte di ciascuno di noi, un alto senso di responsabilità..».

Sono fiducioso che lei non sarà sorda alle questioni in gioco, la cui portata è profondamente umana oltreché epocale e planetaria.
La ringrazio comunque per l’occasione di dialogo.

Un cordiale saluto.

Pino Morandini, Vicepres. MPV italiano e membro Dirett. naz. FamilyDAY
Massimo Gandolfini, Presidente FamilyDAY

©Riproduzione riservata

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