La libertà impazzita che porta alla fame di suicidio

Senza una bussola morale e sociale, l’individuo cade in uno stato di profonda frustrazione, disorientamento e confusione che lo rendono vulnerabile ad una angoscia esistenziale che lo può condurre al suicidio

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951
Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Ha diretto dal 1997 il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

10 Settembre 2026

Pubblichiamo per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

La sentenza 242/19 della Corte Costituzionale è inapplicabile. Non è una battuta e neanche uno “scoop”: è una semplice constatazione, verificabile da chiunque, se si prova a ragionare con il cervello piuttosto che con i piedi o la pancia. Proviamo a mettere in fila le ragioni di una simile affermazione.

Nella sentenza la Corte afferma che la richiesta di suicidio medicalmente assistito deve essere assolutamente libera e consapevole da parte di un soggetto perfettamente in grado di intendere e di volere. Cioè, non ci devono essere condizionamenti né esterni né interni. Ora, quindi, la domanda è questa: una persona che vuole suicidarsi – tanto più se affetta da una condizione clinica che provoca sofferenze intollerabili e incoercibili – può essere considerata perfettamente libera da condizionamenti che possano (anche solo ipoteticamente) alterare la propria capacità di intendere e di volere? Vuole davvero porre fine alla sua vita, con lucida determinazione, o vuole invece porre fine alla sua sofferenza e, magari, trovare qualcuno che gli dia una mano?

Ma non fermiamoci qui, andiamo oltre. Alla fine del XIX secolo, nel 1897, un sociologo francese, Emile Durkheim, scrisse un libro, “Il Suicidio. Studio di sociologia”, indagando le cause che possono provocare l’evento suicidario. Il punto di partenza dello studio è la constatazione che l’unico “animale” che si suicida è l’uomo: nessun animale – neppure se in cattività e tantomeno se è ferito o malato – tenta o cerca di suicidarsi. Partendo da qui, descrive quattro tipologie di suicidio: egoistico, altruistico, fatalistico e “anomico”. Su quest’ultimo vale la pena di soffermarsi, pensando a quanto sta accadendo in questi giorni nel nostro Paese.

“Anomia” è parola che viene dal greco: mancanza di regole, mancanza di limiti. Come da lì a poco dimostrerà lo studio della “psicologia del profondo” (Eugene Bleuler, Sigmund Freud, Carl Jung, Alfred Adler) l’uomo è un “essere desiderante”, che tutto desidera e tutto vuole per sentirsi soddisfatto. Per questo, dato che in concreto non tutto si può avere, è condannato a vivere una condizione di perenne insoddisfazione se non interviene un ente regolatore esterno che stabilisce dei limiti – naturali e morali, massimamente condivisi – che garantiscono la “vita buona” nel vivere sociale. Quando questo potere di regolazione viene meno, i desideri e le passioni individuali perdono ogni limite. Accade così che, senza una bussola morale e sociale, l’individuo cade in uno stato di profonda frustrazione, disorientamento e confusione che lo rendono vulnerabile ad una angoscia esistenziale che lo può condurre al suicidio. Jacques Lacan, psichiatra francese morto nel 1981, giunse a dire che la follia non è solo un disturbo mentale, ma la conseguenza di una libertà assoluta che rifiuta ogni limite e rompe ogni legame e relazione: “la follia è una malattia della libertà”.

A questo punto, è fin troppo facile vedere il profilo dei nostri tempi, con il dogma ideologico dell’autodeterminazione assoluta, sinonimo di un arbitrio che rifiuta ogni regola e ogni limite. Stiamo abbattendo perfino il limite più estremo, quello della intangibilità della vita umana, caposaldo della società civile nata sulle ceneri delle ideologie delle “vite indegne di essere vissute”. Così dovrebbe essere ma purtroppo così non è: se si scrivono nero su bianco le condizioni per cui una vita segnata da malattia e disabilità è riconosciuta “idonea” per chiedere il suicidio, e la società lo rende “legale”, è come dichiarare che esistono vite di scarto che possono essere cancellate. Le vite sane, perfette, indenni da malattie o disabilità, non possono “godere” della stessa opportunità; queste, anzi, vanno protette … le altre possono essere scartate.

Ora, anche solo per un attimo, proviamo a pensare come può sentirsi una persona malata, sofferente, bloccata in un letto, paralizzata da anni: dolore fisico, sofferenza morale, cure palliative tanto proclamate quanto inesistenti, isolamento se non abbandono sociale, stigma culturale delle vite inutili, legalizzazione del suicidio, mass media inneggianti ad essere “liberi fino alla fine”, porte aperte al togliersi di mezzo con una semplice punturina letale … benvenuta morte assistita! Certamente, è una soluzione e così sta accadendo in tutti gli Stati che hanno legalizzato suicidio e eutanasia.

Il “suicidio anomico” – quello reso possibile dalla cancellazione del limite, assolutamente etico e naturale, di tutelare sempre la vita, senza eccezioni – sta mietendo sempre più vittime fra le persone deboli e vulnerabili. Dunque, se il malato “sceglie liberamente e consapevolmente” – malato sofferente, non trattato come “dio comanda” con cure palliative, relegato nella solitudine personale e sociale, con la legge che spalanca la porta alla morte – ripetiamo “sceglie liberamente” di suicidarsi, lo Stato deve aiutarlo.

“Libertà, libertà, quanti delitti si compiono in tuo nome” disse Maria Antonietta salendo il patibolo!

Caro Presidente Zaia, caro Presidente Stefani, non si tratta di buoni o cattivi, questi da cacciare all’Inferno: ci penserà Dio Padre. Si tratta di follia, pura e semplice follia sociale, che spalanca le porte della morte alle persone deboli, fragili e vulnerabili. Questo una società umana e civile, in cui anche voi sono certo credete, non lo fa. Fermiamoci finché siamo in tempo.

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