La sottile linea rossa che unisce referendum e educazione all’affettività

Non parlo di giudici e pubblici ministeri che debbano darsi del lei. No, vorrei soffermarmi solo sulla principale paura dei contrari: il controllo.

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech.
Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende.
Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti.
Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

7 Febbraio 2026

Esiste una sottile linea rossa che accomuna il no al referendum e il sì alla cosiddetta educazione all’affettività: il controllo.
Sentiamo voci preoccupate gridare il solito ritornello: se passa la riforma della Giustizia (e la scrivo con la maiuscola per rispetto) il Governo controllerà i giudici. La libertà, si teme, possa diventare la principale vittima del referendum, se ovviamente dovesse passare.
Non entro nel merito, non parlo di giudici e pubblici ministeri che debbano darsi del lei. No, vorrei soffermarmi solo sulla principale paura dei contrari: il controllo.

E, a parte il fatto che non credo sia così semplice dirigere un esercito di magistrati, penso che il vero timore, nemmeno troppo nascosto, non sia quello di essere controllati, ma quello di non poter controllare.
Forse serve un inciso: oggi il CSM è per due terzi quasi composto da magistrati eletti. Domani, se passasse la riforma, i componenti togati saranno sorteggiati. Quale è la differenza? Beh, chiara: per prima cosa non essendo eletti non hanno alcun vincolo – almeno ideologico – di rappresentanza. Saranno, in poche parole, liberi: nessuno li ha eletti, non devono nulla a nessuno. Inoltre, e questo è il punto, la magistratura è schierata. Tutta o quasi: destra, sinistra o centro poco importa, perché quelli che restano neutri sono pochi. Prevalgono le cosiddette correnti. E allora? Allora i magistrati che finiscono nel CSM sono naturalmente espressione di una ideologia, in proporzione dei voti ovviamente. Ciò vuol dire che ciascuna corrente ambisce a “piazzare” nel Consiglio Superiore della Magistratura più seggi che esprimano la sua opinione, politica. Ciò vuol dire, in pratica, imprimere il più possibile nel Collegio che giudica i magistrati la propria visione delle cose. E se ci si aggiunge che sono eletti, avere anche il normale potere di controllo che l’elettore ha verso l’eletto. In una parola: controllare.

E di conseguenza forse ispirare certa giurisprudenza, talvolta creativa. Troppo.

Ma veniamo all’educazione all’affettività. Tanti orfani dell’educazione sessuale (perché questo è) piangono. Gridano allarme: se oggi i femminicidi e la violenza, specie sulle donne, sembra crescere o addirittura dilagare è colpa di una formazione scarna a scuola. Ora, a prescindere dal fatto che non capisco bene come insegnare a mettere un preservativo possa rendere più docile il maschio, e a prescindere dal fatto che secondo me se il problema è la violenza forse la materia da potenziare sarebbe l’insegnamento della religione cattolica (perchè che si creda o no, se fatta bene, la materia parlerebbe di perdono, di dono, di amore, quello vero), mi pongo una domanda: che paura c’è nel non poter fare lezioni sulla “affettività” (e la metto tra virgolette apposta)?
Se si pensa al tipo di lezioni che quasi sempre trovano spazio nelle aule, statisticamente, si capisce tutto: non si assiste quasi mai a sessioni in cui si fa capire come volersi bene davvero, ma a spiegoni che dicono che devi avere una certa idea (o meglio ideologia), che dicono che è giusto pensare che temi come aborto, eutanasia ecc. siano cosa buona e giusta.

Tutto qua. Provate a proporre lezioni pro life e capirete che le porte sono quasi sempre chiuse. E chiuse male.
Quindi, ed ecco la linea rossa: forse che il colpo inferto alle lezioni ideologiche dal Governo è stato sofferto come un togliere la possibilità di imprimere certe forme di pensiero? Direi: unico?
Non è forse questa di fatto una paura di non poter controllare?

Perché, e vado alla fine, il controllo può agire in due modi.

Dall’alto. Istituzionale. Orwelliano direi. Chi comanda dice cosa puoi fare e cosa non puoi fare. Dittatoriale quanto improbabile.
Oppure dal di dentro: molto meno visibile, ma molto più efficace. Huxleiano, potremmo dire. Perché non vai a imporre a chi sta sotto di agire in un certo modo. Vai a plasmare il suo modo di essere, che sia quello di un collegio giudicante o una testa crescente, poco cambia. Perché gli si vuole dare il colore della propria ideologia.
Quindi, in una parola: controllare.

E quando gli tolgono il giocattolo, si arrabbiano. Alla faccia della libertà.

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