La violenza fisica e psicologica sulla donna di Giovanna Pititto

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1999. Come tutti gli anni, sentiremo ampiamente parlare dei gravi fenomeni dei femminicidi, delle violenze nelle “famiglie”, delle discriminazioni sul lavoro: talvolta in modo corretto e oggettivo, talaltra con ideologica retorica. Sentiremo un po’ […]

di Giovanna Pititto

Giovanna Pititto, avvocato civilista, è componente del Consiglio distrettuale di disciplina forense di Bologna, ha seguito il master di primo livello di bioetica (Ethics and Law in the Life Sciences) riconosciuto dalla Universidad Catolica de Murcia, ama la musica classica e i borghi medioevali.

25 Novembre 2021

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1999.
Come tutti gli anni, sentiremo ampiamente parlare dei gravi fenomeni dei femminicidi, delle violenze nelle “famiglie”, delle discriminazioni sul lavoro: talvolta in modo corretto e oggettivo, talaltra con ideologica retorica.

Sentiremo un po’ più difficilmente parlare di altre forme di violenza, altrettanto gravi e diffuse, che costituiscono una negazione del riconoscimento della dignità della donna, sia da un punto di vista fisico che psicologico.
Risale a pochi giorni fa la pubblicazione della decisione del Tribunale di Milano (Sez. VIII, 23/9/2021) con la quale è stata ordinata la trascrizione integrale dell’atto di nascita di un minore nato all’estero da maternità surrogata, con indicazione di entrambi i ricorrenti (due uomini, un italiano e uno statunitense) quali suoi genitori, in quanto – si legge – “prevale l’interesse del minore, che dalla sua nascita è inserito nel nucleo familiare dei ricorrenti e deve poter fruire del diritto di essere mantenuto, istruito, educato ed assistito moralmente da entrambe le persone che egli considera di fatto suoi genitori”.

E ciò nonostante che in Italia la maternità surrogata sia espressamente vietata e punita dall’art. 12 co. 6 l. 40/2004 (“chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.
E nonostante che le Sezioni Unite della Cassazione (n. 12193/2019) abbiano ricordato tale divieto, qualificandolo come “principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità umana della gestante”.

Concetti richiamati anche da C. Cost 272/2017 e da ultimo da C. Cost. 33/2021, che hanno ricordato come la pratica dell’utero in affitto “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.
Ma la giurisprudenza creativa che – a dispetto delle norme esistenti – sdogana di fatto una pratica che trasforma la maternità in un servizio a pagamento, sfruttando il corpo femminile e spesso approfittando delle condizioni di povertà delle gestanti, e che trasforma i bambini in merce privandoli del diritto ad un padre e a una madre, è purtroppo una realtà.
E costituisce una forma di grave violenza sulle donne, oltre che sui bambini, tant’è che anche molte voci di femministe si sono levate per denunciarla.

Un concreto passo avanti contro la violenza sulle donne sarebbe quello di rendere la pratica dell’utero in affitto reato universale, e cioè condotta punibile in Italia anche se commessa all’estero, come già richiesto da due proposte di legge aventi come prime firmatarie, rispettivamente, Giorgia Meloni e Mara Carfagna.
La violenza sulle donne è spesso fisica ma frequentemente, e più sottilmente, anche psicologica.
L’aborto, uccisione di un essere umano, rappresenta anche un evento traumatico per la donna.
Nelle pieghe della l. 194/78 sono previsti alcuni interventi, di fatto inapplicati, che potrebbero quantomeno consentire alla donna di prendere in considerazione una scelta differente, per la vita.

Lo stesso titolo della legge 194 recita “norme per la tutela sociale della maternità”, peccato che quest’aspetto sia rimasto sulla carta.
La donna, infatti, dovrebbe essere assistita dai consultori contribuendo a far superare le cause che possono indurla all’interruzione della gravidanza (art. 2 co. 1 lett. d) l. 194/78).
Di sindrome post-aborto, con conseguenze psico-fisiche anche gravi, soffrono molte donne che hanno volontariamente interrotto la gravidanza; offrire loro un aiuto nel portarla a compimento, assicurando un sostegno durante la gestazione e dopo il parto, costituirebbe un supporto concreto a favore delle donne in difficoltà.

Non applicare questa parte della legge è un’indiretta forma di violenza nei loro confronti.
Ma anche altre sono le forme di violenza “legalizzata” sulle donne: l’anno scorso il Ministero della Salute ha modificato le indicazioni sull’aborto farmacologico, che è divenuto un esclusivo “problema” delle donne, e che ora riguarda il Servizio sanitario nazionale soltanto se la situazione precipita dal punto di vista clinico e la donna deve urgentemente riorrere all’ospedale.

Le pillole per interrompere la gravidanza possono infatti essere ora somministrate senza ricovero, e il concepito viene “espulso” a casa, con tutto ciò che ne consegue in termini di solitudine e di pericolo per la salute, oltre che di ulteriore terribile banalizzazione dell’aborto.
Anche questa è una forma di violenza sulle donne, da parte dello Stato.
Forse a qualcuno, dalle parti del Mnistero della Salute, farebbe bene andarsi a vedere un film, Unplanned.

©Riproduzione riservata

di Giovanna Pititto, Avvocato e referente Associazione Family Day sede di Parma

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