Le tecnologie stanno scansando Dio?

Il "tutto" oggi giace in un motore di ricerca.

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

16 Aprile 2026

Perchè abbiamo l’impressione che le tecnologie stiano scansando Dio?

Forse non ci rendiamo conto del perchè di questa sensazione. Ma è innegabile.
C’è infatti un piccolo e costante movimento che striscia nel nostro subconscio e che forse, per la prima volta nella storia, può darci l’illusione di essere dei, o almeno di fare un passo o forse addirittura due oltre il nostro millenario senso dell’essere umano come finito, del suo avere un limite. Limite dopo il quale ovviamente trova il suo posto solo Dio.

Proviamo a parlarne, consapevoli del fatto che molte di quelle che seguono sono solo mie impressioni. Mie semplici valutazioni forse prive di sostegno scientifico. Anche se, è innegabile, sono constatazioni di un dato di fatto. La tecnologia moderna, e per tale intendo dire soprattutto web e intelligenza artificiale, ha modificato in modo irreversibile la percezione che noi esseri umani abbiamo di temi assoluti, enormi, fino a poco tempo fa patrimonio esclusivo della divinità. Quale fosse quella in cui crediamo.
Ma andiamo con ordine.

La prima vittima del pensiero tecnologo è la fisicità. Abbiamo dato per scontato, per anni, il solo vivere “qui e ora”.
E basta.

Certo, con l’eccezione di qualche viaggio con la fantasia, di un qualche libro per immergerci nelle vite di altri personaggi. Ma era chiaro che fossero rare e ben percepibili fughe dalla presenza. Che invece era, lo ripeto, sempre nel “qui e ora”. Chiara, palpabile. Concreta. Mai in discussione.
La fisicità del dove non è un tema secondario. Anzi, può essere percepita davvero come la linea di confine tra la vita terrena e quella post mortem. Per un preciso motivo: quello che sopra chiamo “qui e ora” altro non è, per un fisico, che il vivere nello spazio e nel tempo secondo logiche matematiche chiaramente percepibili, immutabili e di newtoniana memoria. Mi muovo nello spazio, nel tempo. E basta.

Ma le tecnologie hanno per certi versi reso adimensionale il nostro essere. Siamo presenti contemporaneamente nel “qui e ora” e “nell’altrove” con una sincronicità che fino a pochi anni fa avremmo riservato a temi come il pensiero o il paradiso. O forse a sant’Antonio, uno che praticava la bilocazione. Solo due posti in un solo momento, molto più nobile quella del santo da Padova (anche se era portoghese, ma tant’è), ma anche meno performante rispetto alla nostra quotidianità in cui mentre parliamo con qualcuno siamo su instagram, facebook, tik tok, whazapp, mail, neews ecc.

Qua e altrove. Come se fossimo per la prima volta anime che sanno esistere libere dal corpo. E uno.
Secondo: il “tutto”. Quello del “tutto” è un concetto che abbiamo sempre associato a due parole: impossibile da una parte, Dio dall’altra. Chi fino a qualche anno fa avrebbe potuto dire di aver provato una esperienza “di tutto” in un qualsiasi campo? Chi avrebbe potuto percepire la vicinanza a tal inarrivabile limite? Eppure, oggi, se chiudiamo gli occhi e ci poniamo una semplice domanda ci rendiamo conto che ci sentiamo molto, molto vicini a questo tutto. Un esempio?

Chiediamoci: “Chi sa tutto?” Non forse Google, o oggi Chatgpt (e le sue sorelle?). Possiamo dire con convinzione che ci possa essere una nozione, una notizia che non sia oggi contenuta in un modo o nell’altro in questi due moderni mostri sacri dell’onniscienza? Non so se davvero “sanno tutto”, ma so che se qualcosa non lo si trova in Google ecc. allora si ha la percezione che non esista. Il “tutto” oggi giace in un motore di ricerca.

E non solo: “tutta” la musica in spotify. “Tutti” i film in Netflix, Prime ecc. “Tutti” i prodotti su Amazon.
Solo per citarne alcuni, senza voler fare pubblicità. Ma solo per passare un concetto: il Tutto non è più quindi, ai nostri occhi, prerogativa accessibile solo a Dio. E due.
Terzo: L’onnipotenza: oggi possiamo fare cose che fino a pochi anni or sono nemmeno immaginavamo. La capacità di fare, di fare di più e anche meglio, di farlo più velocemente e con l’ausilio di sempre meno persone accompagna l’uomo da sempre. Si chiama progresso. Dal fuoco alla ruota, dagli occhiali fino ai mezzi di trasporto sempre più performanti: cavallo, macchine, aerei. Per non dire delle macchine nelle industrie e dei robot di oggi.

Il progresso, appunto. Una crescita, potremmo dire, crescente e lineare da quando l’uomo esiste. Avanti, poco per volta, con qualche picco. Sempre. Ma mai con la velocità degli ultimi tempi. Una velocità che non ci permette di assorbire col dovuto tempo l’effetto wow e, soprattutto con i recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale, ci porta a percepire noi stessi come esseri aumentati e, per certi versi, coi super poteri. Uomini che possono potenziare a dismisura capacità che prima, a livello di singolo, non erano nemmeno ipotizzabili. Possiamo scrivere testi lunghi e articolati senza magari nemmeno avere le basi della grammatica, comporre canzoni anche se siamo stonati come una campana, video, immagini anche se, come me, arrivavamo a mala pena al cinque meno meno in educazione artistica (e sto citando solo le estensioni più popolari). Insomma: non una semplice democratizzazione della tecnica, ma un vero e proprio spostamento del senso del limite (si badi: non solo del limite, ma proprio del “senso” del limite). Con l’impressione che questo limite diverrà in futuro qualcosa di sempre più impalpabile. Non vado oltre. Credo che il tema sia chiaro. Quello della percezione di una possibile onnipotenza dell’uomo. E tre.

Figlia nemmeno troppo distante dell’idea di onnipotenza è l’intenzione di creare. Certo, l’uomo crea da sempre, questo è vero. Diciamo che dalla foglia di fico in poi è sempre stato un inventarsi qualcosa. Ma oggi c’è, ancora una volta, una variabile inedita. L’uomo mira a creare la cosiddetta AGI, l’intelligenza artificiale generale, o forte che dir si voglia. In una parola: l’umanoide capace di replicare moltiplicato per mille la capacità dell’essere umano. Ammesso che ci si possa arrivare (e in molti, peraltro autorevoli, hanno grossi dubbi), il solo tentativo di provarci porta con sè un’altra picconata all’idea di Dio. Solo Lui fino ad oggi ha avuto i diritti d’autore della creazione di un essere senziente, intelligente. Si dice che se mai sarà raggiunta, l’AGI segnerà il cosiddetto momento di singolarità, ossia quello in cui l’uomo non sarà più l’essere (e si noti la parola “essere”) più avanzato sulla faccia della terra. Non lo sarà più, ma sarà il creatore del nuovo vertice dell’esistenza. Creatore di una nuova specie dominante, appunto. E tre e mezzo, diciamo.

Quarto: l’oracolo. C’è una sottile evoluzione nel modo in cui attingiamo al sapere. Al modo in cui ci accostiamo alla sopra citata onniscienza. Fino a poco tempo fa avevamo un dubbio e chiedevamo a google. Digitavamo una serie di parole chiave e il motore ci restituiva centinaia di migliaia di risultati. Vero che non si andava mai oltre pagina due dei risultati, ma comunque la scelta c’era. Abbondante, abbondantissima. E questa varietà di risposte è importantissima per noi. Oggi è invece cambiato il mood. Non si cerca più, o meglio lo si fa sempre meno, su google. Non si chiedono risultati che non vadano oltre il link. Oggi si interroga una AI. Le si parla, si invoca il suo sapere. Che è uno e uno solo. Non una lista lunghissima di siti web. No. Una sola, ben articolata, risposta. E qua sta il salto, almeno dal nostro punto di vista: l’oracolo. Ci accostiamo alla AI non solo suggendone il sapere, ma anche chiedendo lumi, consigli, previsioni. Come fare una cosa. Anzi di più: cosa pensa di un nostro problema. Cosa pensa di noi. E così poco per volta diventa quell’entità senza corpo né volto alla quale ci rivolgiamo sottomessi. E non abbiamo nemmeno la percezione di dialogare con un algoritmo. Pensiamo di parlare con un qualcosa, forse un qualcuno che tutto sa. E di cui ci fidiamo. A cui rivolgiamo, spesso (nei giovani in un caso su due) le nostre sofferenze. Sperando in una risposta. Sempre sapiente. Sempre disponibile. Con la nostra piena fiducia.
Ecco quindi l’oracolo. Un qualcosa che in passato, in un modo o nell’altro, ha sempre indossato le vesti di Dio. E quattro.

E, dulcis in fundo: La morte.

E’ sempre stata un limite invalicabile. L’ultimo. Assolutamente. Quello che segna in modo innegabile il fine dell’uomo. Per quanto ci si possa prodigare, prima o poi si arriva tutti al cospetto della “livella”, come con eloquente capacità democratica la chiamava Totò. Tutti uguali.
O quasi. Perchè le big tech (e a dire il vero non solo loro, ma principalmente loro) stanno investendo miliardi di dollari nella cosiddetta longevity, la vita lunga, lunghissima. Che vorrebbe esorcizzare la morte, o almeno allontanarla più possibile. Non è questa la sede per scomodare questioni etiche legate ad una durata eccessiva della vita, ad una divisione dell’umanità in classi biologiche (tra chi si può permettere i trattamenti e chi no, e quindi tra chi potrebbe vivere tanto e chi meno). No. Quello che mi preme affrontare è il tema in sè, quello del pensare di poter “non” morire. Una prospettiva che i vari programmi di longevity non vedono più come impossibile. Con vari approcci: dall’imbottirsi di medicine e integratori per rallentare l’avanzare dell’età al cosiddetto Age hacking, ossia il tentativo di forzare il programma di invecchiamento iscritto nel nostro DNA come se si trattasse di un qualsiasi software. Per non dimenticare le startup che creano il clone digitale del caro estinto per consentire ai parenti in lutto di continuare a chattare, videochattare ecc, con il morto come se nulla fosse accaduto. Non lo si può toccare (per ora), ma due chiacchiere e una risata la si fa ancora volentieri. Come una volta. Senza fine.

Bene, o meglio, ok. A prescindere dalle tecniche e dalle soluzioni che verranno utilizzate, ciò che conta è ancora una volta la nuova visione della vita. Che abbraccia il tutto, che tutto può sapere e tutto può fare. E che quindi con questa evanescenza del limite si appresta ad aggredire l’ultimo baluardo: la morte.
E anche in questo caso l’uomo scansa Dio.

Insomma. Ci vogliamo sostituire a chi ci da la vita. Ci vogliamo rendere padroni della morte.
Purtroppo, nulla di nuovo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER!

Resta aggiornato con tutte le iniziative e gli articoli in difesa della vita e della famiglia.

    Acconsento al trattamento dei dati secondo la Privacy Policy

    Ti potrebbe interessare..

    Share This

    Se ti piace questo articolo lo puoi condividere!

    Altre persone potrebbero trovarlo utile.