Lettera aperta al quotidiano “Avvenire”. Di Massimo Gandolfini

Papa Francesco ha utilizzato parole durissime di condanna dell’aborto, e - durante il Regina Coeli all’indomani della manifestazione – salutando i partecipanti, ha ribadito il dovere dell’obiezione di coscienza, a tutti i livelli della società e in ogni ruolo svolto, quando è in gioco il diritto alla vita.

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

30 Maggio 2022

Sono passati alcuni giorni dalla bella e significativa Manifestazione “Scegliamo la Vita” e, dunque, a “bocce ferme” come si suole dire, è utile esprimere qualche considerazione. Innanzitutto, la bellezza dell’unità e della condivisione da parte del variegato mondo prolife: il che è un risultato tutt’altro che scontato o facile da conseguire. Anche l’aspetto dell’unità fra credenti cattolici, credenti cristiani non cattolici, credenti di altre fedi religiose e non-credenti (a volte si è utilizzata l’espressione “atei devoti”) intorno al tema della difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, assume un valore particolare in questo momento che non esiterei definire di “diaspora” – purtroppo – proprio sui temi eticamente sensibili.

Come è stato detto e ripetuto, si è trattato di una “marcia PER” e non di una marcia CONTRO. Certamente avremo ancora molto tempo e molte altre occasioni per esprimere tante e diverse considerazioni, ma una in particolare mi sembra di particolare importanza: la Manifestazione per la Vita ha posto nuovamente all’attenzione di chiunque – mondo culturale, sociale e politico – il tema dell’aborto, che corre sempre il rischio di passare come un evento scontato, “normale”, accolto con indifferenza, frastornati tutti, chi più chi meno, dalla grancassa del politicamente corretto che lo presenta come un “diritto” inalienabile della società moderna. Oggi, più che mai, associato a quell’altra assurdità chiamata “morte volontaria medicalmente assistita”. Giorgio La Pira, prima della legge 194, parlò dell’aborto come una “barriera insuperabile” per una civiltà dei diritti umani e Carlo Casini, a legge approvata, non esitò a definirla “integralmente iniqua”.

Il rischio, a 44 anni di distanza, è di rassegnarsi, di ritirarsi nel recinto del proprio credo, di vivere malinconici e delusi, orfani di quello slancio profetico che ispirò a Giovanni Paolo II lo storico appello: “Non ci rassegneremo mai!”. Papa Francesco ha utilizzato parole durissime di condanna dell’aborto, e – durante il Regina Coeli all’indomani della manifestazione – salutando i partecipanti, ha ribadito il dovere dell’obiezione di coscienza, a tutti i livelli della società e in ogni ruolo svolto, quando è in gioco il diritto alla vita. Dunque, oggi s’impone una virtuosa sintesi fra realtà contingente e impegno perché l’iniqua legge venga abolita. Ciò che è impossibile oggi non significa per nulla rassegnarsi al peggio e non coltivare, nella mente e nel cuore, la speranza di poter radicalmente cambiare rotta. Senza irreali fughe in avanti, ma con lucida caparbietà, passo dopo passo, emendamento dopo emendamento, marcia dopo marcia: quella legge si può smontare.

E, alla luce delle parole dei pontefici che hanno segnato il nostro tempo, si “deve” smontare. Proprio sulla base delle stesse conoscenze scientifiche – quarantaquattro anni fa non avevamo neppure l’ecografo! – con mentalità rigorosamente laica, oggi nessuno può dire che embrione e feto non sono indiscutibilmente “uno di noi”, un essere umano a tutti gli effetti. E una società davvero civile – cioè fondata sul riconoscimento dei diritti umani universali, primo fra tutti il diritto alla vita del più debole e indifeso – non può ignorare che negare tutto ciò spalanca le porte ad ogni sopruso, in nome del personale interesse e della cosiddetta “libera scelta”. Nessuno di noi è così ingenuo da pensare di poter ottenere tutto e subito, ci vogliono saggezza e pazienza, prudenza e lungimiranza, ma la stella polare cui guardare deve essere sempre, in ogni contingenza, ben chiara: non possiamo rassegnarci ad una legge “integralmente iniqua”.

Il male minore si subisce, non si sceglie e, soprattutto, non ci si rassegna mai. Nasce proprio da qui un messaggio chiaro e fermo da lanciare a tutte le forze culturali, sociali e politiche del nostro Paese: chi propone e scrive leggi che vanno contro la vita, si oppone alle istanze più profonde della nostra stessa natura umana e, dunque, non potrà mai avere l’avallo del nostro consenso. “Non possumus” dobbiamo dire, perché la coscienza, civile e umana, ci impone di difendere la vita sempre. La speranza non è solo una virtù teologale; è anche la spinta morale e civile che ci induce a non rassegnarci mai di fronte all’iniquità.

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