Ma è un uso distorto del referendum !

Non era certo questa la funzione che i Padri Costituenti intesero assegnare al referendum, istituto di democrazia diretta...

di Pino Morandini

Coniugato con Patrizia, padre e nonno.

Fondatore del primo Movimento per la vita nel Trentino; cofondatore del Centro Trentino di Solidarietà, programma terapeutico per tossicodipendenti e dell’Associazione Provinciale Amici della Nefrologia.

Membro della Giunta nel Movimento per la Vita nazionale e membro del Consiglio Direttivo dell'Associazione Family Day-Difendiamo i Nostri Figli.

Laureato in Giurisprudenza, Magistrato del T.A.R. della Lombardia, Sezione Staccata di Brescia dal 1984.

Dal 1988 al 2013 ricopre incarichi amministrativi all'interno del Consiglio Regionale della Regione Trentino – Alto Adige facendosi promotore di numerose leggi regionali a tutela della famiglia e della vita in particolar modo quella più fragile anche in ambito sanitario. Promuove iniziative per la formazione etica del personale sanitario e costituisce una Scuola di Formazione politica.

8 Giugno 2025

Non conta il merito, ma l’effetto carambola che produce, al punto da trasformarlo in un appuntamento antigovernativo.
Non era certo questa la funzione che i Padri Costituenti intesero assegnare al referendum, istituto di democrazia diretta, bensì quella di attribuire al popolo la possibilità di “abrogare, totalmente o parzialmente, una legge o un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali” (art. 75 Costituzione).

Trattandosi pertanto di referendum meramente abrogativo, la decisione di astenersi, cioè di non andare a votare, assume una precisa valenza attiva: quella di impedire l’abrogazione della normativa soggetta a referendum, confermandola.

Siffatta decisione ha pieno significato costituzionale, al punto che il Giudice delle leggi non ne ha mai censurato la prassi.
Fa quindi specie, a proposito dei referendum dell’8 e 9 giugno, lo stigma addossato al comportamento di astensione dal voto. Non solo in quanto, come sopra accennato, l’astenersi è pienamente legittimo, ma pure perché quello stigma proviene da forze politiche che non fecero mistero, in occasione di altri appuntamenti referendari, di invitare esplicitamente i cittadini a disertare le urne, definendo la scelta astensionistica “sacrosanta e legittima”.
Così si pronunciò, nel 2016, l’allora Presidente del Consiglio e Segretario del PD Matteo Renzi, a proposito del referendum sulle trivelle. Così ribadì lo stesso Capo dello Stato del tempo, Giorgio Napolitano. Analogamente, nel 2003, il Segretario dei Democratici di Sinistra, Fassino, a proposito del referendum mirante a estendere l’art. 18 alle piccole imprese, seguito sulla stessa linea da Sergio Cofferati.

Quanto al merito dei quesiti referendari, non può sfuggire, a prescindere dagli schieramenti, come i proponenti abbiano preferito abbandonare la dialettica democratica sui reali contenuti – che avrebbe consentito un confronto approfondito su temi assai rilevanti, come il lavoro e l’immigrazione – optando per lo strumento referendario, sovente più simile a uno scontro fra tifoserie che a una verifica delle norme in questione e delle conseguenze derivanti dalla loro abrogazione.

Suggestivo in proposito il commento del sen. Sacconi, già Ministro del Lavoro, che, dopo aver accennato ai frutti positivi derivanti dalla sconfitta del referendum sulla scala mobile e dall’approvazione della legge Biagi, così appunta: “Oggi perdiamo l’opportunità di generare un analogo rimbalzo di sentimenti con l’approvazione della legge sulla partecipazione dei lavoratori e la simmetrica sconfitta di quelli che hanno sbagliato secolo”.
Se poi, come qualche organo d’informazione asserisce, si sta facendo un uso strumentale del referendum per lotte intestine a un partito (la sua Segretaria che intende abolire lo Jobs act, a fronte di membri autorevoli dello stesso partito intenzionatissimi a difendere una loro “creatura”), va da sé come l’istituto referendario venga fortemente deturpato.

Ancor più grave appare, attesa la dimensione profondamente umana della posta in gioco, il sottoporre a un voto referendario la questione relativa alla cittadinanza degli immigrati.
E’ il classico tema dell’oggi che investe il domani, e che per ciò stesso esige capacità di visione, approccio partecipativo dei corpi sociali, dialogo schietto tra istituzioni e partiti, circostanziato approfondimento nella sede più propria: il Parlamento.

Per le anzidette ragioni, la scelta di astenersi non recandosi ai seggi, si rivela non solo costituzionalmente legittima, ma pure doverosa, finanche capace di indurre le Camere ad affrontare temi vitali per il futuro dell’Italia, come essi ampiamente meritano.

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