Ma il miglior interesse è quello alla vita, vera forza dei piccoli!

Il nostro ordinamento giuridico è ispirato al “favor vitae”, sia in varie norme della Costituzione sia in leggi ordinarie. E così pure quello di vari Paesi nel mondo. Si tratta di dargli pieno compimento, alla luce del criterio che la legge non è il comando del più forte, ma la forza prestata al debole
ecografia di un bimbo nel ventre della madre

di Pino Morandini

ex magistrato e membro della Giunta del Movimento Per la Vita con incarico di Vicepresidente per il dialogo con la politica.

6 Gennaio 2024

“Ma il miglior interesse è quello alla vita, vera forza dei piccoli!”

Pubblichiamo per gentile concessione del mensile Il Timone”

Torna oggi attualissima la frase di Giuseppe Capograssi, celeberrimo giurista, allorquando, nel suo “Il diritto dopo la catastrofe” – composto all’indomani del secondo conflitto mondiale – scriveva: «Non c’è che da reintegrare nell’ordine giuridico la vita umana, in tutto il suo effettivo contenuto, perciò l’unico possibile fondamento ad un ordine che vuole essere ordinamento di vita e non di morte, è nient’altro che quest’intima costituzione della vita».

La catastrofe cui si riferiva Capograssi riguardava, intuitivamente, la diffusione di teorie e pratiche che distinguevano tra vite degne e vite non degne di essere vissute, dando scaturigine, quindi, ad una profonda crisi culturale, coinvolgente medicina, diritto, filosofia, ergo, a ben guardare, tutto lo scibile umano, scosso e pervertito dalle teoresi nichilistiche ed utilitariste.

Crisi della medicina, per la sistematica eliminazione di vite umane, in gran parte sostenuta e concretamente posta in essere da operatori sanitari. Crisi del diritto, in quanto siffatta eliminazione trovava il conforto del diritto positivo (erano abomini previsti ed imposti dalla legge!) ed il conseguente avallo dei tribunali. Legge intesa, ovviamente, come unico fondamento giuridico per i diritti dei cittadini, per cui quei diritti non preesisterebbero allo Stato (come insegna il diritto naturale), anzi sarebbe lo stesso Stato a concederli!

Fu proprio per questo che l’art. 2 della Costituzione, emanata all’indomani dei summenzionati abomini, solennemente “riconosce” i diritti dell’uomo, riconoscendoli preesistenti sia allo Stato che a qualsivoglia fonte di diritto positivo.

E’ quell’“intima costituzione della vita” evocata dal citato Maestro del diritto?

Di essa sembrò farsene carico altresì la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), nel cui Preambolo è sancito che «il fondamento della giustizia, della libertà e della pace consiste nel riconoscimento della dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana».

Qualche secolo prima Antonio Rosmini affermava come «il diritto è la persona sussistente».

La vita umana, quindi, è un bene, ha un valore in sé, una sua dignità inviolabile, pena il replicarsi, magari sotto forme ingentilite, degli abomini nazisti.

E per quanto la dignità rappresenti un aspetto sovente problematico della cultura moderna, tutti i testi offrono un elemento assai importante per definirla: essa esprime il valore personalistico, ossia finalistico, per cui l’uomo è sempre fine e mai mezzo.

Essa non è qualcosa che si aggiunge all’esistenza, ma è l’esistenza stessa, che è sempre degna di vivere in quanto vita di un essere umano.

E’ per questo che nel suo nucleo essenziale è sinonimo di diritto alla vita e di persona.

Ciò fonda il principio d’eguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.), atteso che non vi può essere più di dignità o meno di dignità, perché essa è sempre massima nella comune appartenenza alla famiglia umana. Superfluo rammentare come ciò abbia consentito, sia di superare antiche e recenti discriminazioni (tra libero e schiavo, tra adulto e bambino, tra uomo e donna, ecc.), sia di fare chiarezza di fronte a un’ambigua concezione della “qualità della vita”, che sfocia spesso nell’eliminazione della vita umana come tale, in quanto considerata “vita senza valore”.

In realtà la vita umana non ha bisogno di altre giustificazioni per essere rispettata, e quindi di essere difesa e promossa, che quella di essere per l’appunto “vita umana”.

E dinanzi al potere costituito, essa si pone come interrogativo ineludibile, per il mero fatto di stagliarsi entro l’orizzonte concettuale e fenomenico: l’essere umano appartiene a sé stesso, alla famiglia e allo Stato oppure rappresenta un’istanza assoluta, regolante sia i desideri personali sia le istanze sociali?

Nel primo caso, l’uomo è abbandonato a sé stesso, ai suoi bisogni, alle sue concezioni, alla situazione sociale, allo Stato; e singolo e Stato troveranno sempre motivi per conferire carattere di giustizia a ciò che vogliono. Il che significa, intuitivamente, entro l’indifferenza delle volontà che cercano di autoaffermarsi, l’affermarsi del più potente, id est, la legge del più forte (che, per lo più, sarà lo Stato), entro un orizzonte drammatico di darwinismo sociale.

Se è vero il secondo caso, ai desideri e alle prove del singolo, così come alla forza della suggestione sociale o alla sopraffazione dello Stato, si erge un limite morale assoluto. E detto limite ha la forza per salvare sia l’uomo che lo Stato. Perché vi è una logica della vita: le azioni eticamente sbagliate, apparentemente utili, alla fine portano alla rovina, come la storia ha comprovato. Ogni violazione dei diritti fondamentali della persona – tali perché inerenti all’esistenza stessa della persona – specie quando si realizza sotto l’egida della legge, conduce allo Stato autoritario, finanche totalitario.

Al Leviatano che, prima o poi, dopo aver divorato a guisa di Moloch i propri figli, si disgrega tra immani tragedie.

E’, quinid, il “favor vitae” la prima pietra per un nuovo umanesimo, a partire dal suo volgersi verso i più piccoli e i più fragili: «Chi con la sua malattia – annota S. Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitaecon il suo handicap o molto più semplicemente con la sua stessa esistenza, mette in discussione il benessere o le abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi o da eliminare; si scatena così una specie di congiura contro la vita».

E’ la questione del soggetto e della sua vita la nuova questione antropologica che, come insegna Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” (p.78), è la “radice della questione sociale”. E pure Francesco mette in guardia nei confronti dell’emergente “cultura dello scarto”! Che i Tribunali del Regno Unito, alla luce della morte della piccola Indi, se ne facciano carico!

La sfida è la ragione, la laicità della ragione. Essa è al contempo capace, se non offuscata dall’ideologia, di andare in profondità, oltre il visibile dei sensi, e anche in ampiezza, oltre il limite del mio mondo, per estendere lo sguardo sui legami tra gli uomini e i rapporti sociali.

E il recupero della ragione riguarda anche il diritto e la legge e quindi conduce al cuore del bene comune, indicando la centralità culturale e politica del diritto alla vita.

Il nostro ordinamento giuridico è ispirato all’accennato “favor vitae”, sia in varie norme della Costituzione sia in leggi ordinarie. E così pure quello di vari Paesi nel mondo.  Si tratta di dargli pieno compimento, alla luce del criterio che la legge non è il comando del più forte, ma la forza prestata al debole. Non è superflua teoria, ma conferma del “fondamento” su cui tutto poggia, anche la prassi che voglia essere giusta.

 

 

 

 

Pino Morandini

ex magistrato e membro della Giunta del Movimento Per la Vita con incarico di Vicepresidente per il dialogo con la politica.

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