Non c’è responsabilità senza lucidità.

Siamo in una società più confusa, che si nasconde dietro l’innovazione: ma la vera innovazione è ridare forza all’uomo, alla famiglia, ai processi educativi, alla solidarietà umana.

di Federico Samaden

Dirigente dell'istituto di formazione professionale alberghiera della provincia autonoma di Trento. Nel 1989 fonda insieme a Vincenzo Muccioli la sede trentina di San Patrignano. Dal 2008 al 2012 è membro della consulta degli esperti del dipartimento delle politiche antidroga presso la presidenza del consiglio dei ministri. Nel 2011 fonda la cooperativa sociale “Lievito Madre” per l'inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. Dal 1 gennaio 2021 è presidente della Fondazione Demarchi Nel 2018 ha pubblicato il libro autobiografico “Fotogrammi Stupefacenti, storia di una rivincita”

26 Giugno 2022

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo un estratto dal volume “Droga. Le ragioni del no” Ed. Cantagalli. Autori vari.

La responsabilità è la parola chiave perché comporta una condizione necessaria: la lucidità. Non ci può essere responsabilità senza lucidità, perché la lucidità è quell’elemento che ti permette, pur nei limiti che ciascun uomo ha, di valutare, analizzare, e di prendere decisioni. Così come quando guidi una macchina: se lo fai responsabilmente, lucidamente, calcoli dove stai andando, che cosa incontri sulla strada, tieni conto della velocità, della tenuta, dei tempi di reazione; mentre se lo fai irresponsabilmente, senza lucidità, come minimo vai a schiantarti, forse ti ammazzi e probabilmente ammazzi anche qualcun altro.

La responsabilità, che è strettamente collegata alla lucidità, non può essere raggiunta se non con un accompagnamento culturale ed educativo, e qui veniamo al dunque. Un bambino che nasce in una società il cui mondo adulto gli abbassa il livello di attenzione sul valore della propria lucidità, che in una narrazione collettiva glielo rende addirittura ludico – cioè il fatto di essere lucidi o meno, e quindi responsabili o meno, diventa un fatto ludico – ha il sapore della truffa. Come se tutto fosse giocoso, ma che giocoso non è; anzitutto perché quando una persona non è lucida può fare danni a se stessi e agli altri, e poi perché è una cattiva abitudine abituare sé stessi alla non lucidità: ogni volta che la vita ti appare faticosa (e accade molte volte), tu hai in tasca il giochino per fuggire da quella fatica, per guardare la cosa che magari non ti va troppo e che in quel momento stai vivendo. Quel rapporto, quella situazione, quel fallimento, quella frustrazione, quella sensazione di incapacità, fanno parte della vita di ciascuno, in particolare nella adolescenza, quando affiorano la scarsa stima di sé e la paura di non essere accettati.

Sappiamo bene quanto è faticoso attraversare l’adolescenza, ma sappiamo anche quanto è necessario passarci per crescere, ossia per superarla con un esito positivo, che è quello di rafforzarsi grazie all’aver imparato ad affrontare le proprie paure, non a fuggirle. La non lucidità è esattamente ciò che invece comodamente viene cercato da migliaia di ragazzi che quotidianamente, invece di costruire la vita con i propri limiti, paure, insicurezze, cercano vie di fuga, e fra esse la droga.

[…]

Ci possono essere diversi motivi per cui viene promossa la legalizzazione delle droghe, uno secondo me è per un approccio culturale alla vita in cui è molto più comodo affermare una società deresponsabilizzata anziché responsabilizzata, perché di fatto così si sdoganano un sacco di comportamenti. E’ roba da sessantottini; quando avevo 16 anni avevo scritto sul muro “vietato vietare”, che nasce da quella mentalità; ma che cosa è nato da quella radice? Una società più confusa, che si nasconde dietro l’innovazione: ma la vera innovazione è ridare forza all’uomo, alla famiglia, ai processi educativi, alla solidarietà umana, all’uguaglianza; questi sono i principi per cui vale la pena lottare; il modello così tanto osannato, libertario, in cui tutti fan tutto e nessuno deve dir niente, in cui è “vietato vietare”, cosa mai ha portato? Se analizziamo la formazione del capitale umano, cosa è successo in questi ultimi cinquant’anni?

È da anni che quando ai miei studenti discorro di queste cose non parlo loro di canna o non canna, ma chiedo: “se tu hai una morosa e sei con lei, ti va bene che lei capisca la metà di quel che tu gli dici? per te è la stessa cosa se lei capisce o non capisce?” E poiché rispondono ‘eh no, io voglio che capisca’, gli replico che se tu vuoi relazioni vere, devi pretendere la lucidità, perché è nella lucidità che prendi le scelte giuste, altrimenti diventa tutto un circo. Oppure chiedo: “tu che dici che le canne non fanno niente, se tu hai un fratellino di due anni glie le fai fare?” Rispondono no. Ma come, se sono buone, se fanno bene, fagliele fare; se non glie le fai fare, allora c’è qualche contraddizione; in realtà è perché tu sai che non è una cosa buona, però non lo ammetti solo perché ti fa più comodo sostenere che è giusto consentirla.

I ragazzi ragionano da ragazzi; invece il problema è il mondo adulto, quella parte che è andata a raccontare loro che le piantine d’erba sono la vera rivoluzione, che bisogna lottare per sdoganare questa roba; quelli che hanno coniato il termine proibizionismo, che non è un modo giusto di qualificare l’alternativa allo sdoganamento e alla legalizzazione delle droghe. La questione centrale non è proibire, ma responsabilizzare”.

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