One child nation: ovvero dove lo Stato ha diritto di vita e di morte

Il documentario sulla politica del figlio unico in Cina che fa luce sulle tenebre dello Stato-padrone
locandina di "one child nation"

di Silvio Ciccarone

Sposato e padre di una bambina è laureato in Scienze dell'Informazione, si occupa di web and content management, è referente del Family Day di Sondrio, risiede a Gravedona e Uniti sul lago di Como

9 Dicembre 2024

L’ampia offerta delle piattaforme televisive on-line, se usata con discernimento, ci consente di fruire di una quantità di buona e ottima produzione cinematografica e televisiva come mai è stato in passato.

Certo, c’è anche tanto letame che un tempo, quando ero bambino o ragazzo, non c’era. Esistevano solo un paio di canali televisivi di Stato (tre se si abitava vicino al confine svizzero) e lo spazio per trasmettere la spazzatura non c’era, la qualità di ciò che veniva trasmesso e prodotto era alta nonostante l’assenza di concorrenza (che poi è diventata sempre più volgare, una rincorsa agli istinti e morbosità più bassi e quindi comuni a tutti, colti e incolti). Altri tempi.

Ma torniamo alla buona e all’ottima produzione.

Sul canale a pagamento Prime Video c’è un importante e illuminante documentario sulla politica del figlio unico in Cina che è stata imposta dal governo cinese tra il 1979 e il 2013 fino a quando si sono visti gli effetti negativi di questa politica che portava alla selezione delle nascite con la soppressione delle figlie femmine e al veloce invecchiamento della popolazione. Titolo del documentario è One Child Nation, la nazione del figlio unico. Ha vinto il Sundance U.S. Grand Jury Prize del 2019, i registi sono i cinesi Nanfu Wang (Hooligan Sparrow) e Jialing Zhang.

Il film, attraverso interviste a parenti, levatrici, autorità locali, ripercorre gli avvenimenti di quegli anni.

Come occidentali che vivono in paesi democratici non immaginiamo quello che accade nei regimi totalitari o semplicemente dispotici, abbiamo dimenticato quello che un governo può imporre, senza opposizione, ai suoi cittadini che per sopravvivere sono portati ad accettare qualsiasi cosa come giusta, come un dato di fatto.

Ancor più, questo atteggiamento è accettato nei paesi asiatici abituati per secoli ad obbedire e a vedere i detentori del potere come delle divinità.

Così, le persone intervistate, rispondono perlopiù che la politica del figlio unico era giusta, i tassi di crescita della popolazione erano troppo elevati e bisognava arrestarli.

Peccato che per fare ciò venivano costrette milioni di donne ad abortire e ad essere sterilizzate.

Una delle intervistate era una levatrice che ha dichiarato di aver compiuto aborti e sterilizzazioni su 50-60.000 donne e non vedeva nessuna difficoltà a compiere questi atti anche su donne legate in catene perché non volevano.

A un certo punto, ormai anziana, ha ripensato alla sua vita, ha avuto una crisi di coscienza e, su suggerimento di un monaco, ha deciso di aiutare le famiglie che hanno difficoltà ad avere figli. Ora ha la casa piena di gagliardetti di ringraziamento da parte delle famiglie che sono riuscite ad avere un figlio grazie al suo aiuto.

È particolarmente toccante la vicenda dell’intervistatrice che è anche una dei due registi, Jialing Zhang. Lei è stata la prima figlia dei suoi genitori che poi hanno avuto un maschio (nelle campagne inizialmente c’era un minimo di tolleranza). Racconta che se fosse stata la seconda non sarebbe sopravvissuta, ma sarebbe stata abbandonata, come tanti altri bambini, al bordo di qualche strada.

Sì, perché i figli successivi al primo, soprattutto se femmine, venivano abbandonati e lasciati morire. Diversi raccontano come in quegli anni ci si recasse al mercato con una cesta e si abbandonasse lì il bambino nella speranza che qualcuno lo raccogliesse, cosa che non succedeva mai.

Questo comportamento è diventato in seguito fonte di lucro per gli ospedali e per chi ha cominciato a raccogliere bambini dopo che la Cina si è aperta alle adozioni internazionali. I bambini raccolti venivano portati in ospedale in cambio di denaro e questo, a sua volta, vendeva i bambini ai compratori stranieri. Una pratica illegale che ha fruttato parecchio denaro a chi la praticava.

Tutti però accettavano la politica del figlio unico e la soppressione degli altri, le autorità civili dicono che queste erano le disposizioni e bisognava rispettarle, anche i parenti della regista non ci vedevano nulla di male.

L’indottrinamento condotto attraverso tutti i mezzi di comunicazione, le arti (dal teatro, alla musica, alle canzoni), i giornali, i manifesti era onnipervasivo. Persino i bambini venivano indottrinati attraverso i canti e il gioco.

Come appariva normale e giusto tutto ciò, così appare normale la nuova politica demografica che, dovendo rimediare alla devastazione della precedente politica, ora predica di fare più figli e premia chi li fa. Per i cinesi che vivono in patria è tutto normale, è lo stato-padre che decide cosa è meglio per i suoi figli e ciò che era nero ieri, oggi è bianco.

Un documentario da non perdere se si vuole apprezzare di più ciò che abbiamo e imparare a stare in guardia dalle direttive governative o comunitarie.

Unico neo la dichiarazione finale della regista a proposito dell’aborto.

Forse pagando dazio al paese in cui vive, gli Stati Uniti, o in difesa di una libertà assoluta che nel suo paese d’origine è inesistente, afferma che l’aborto deve essere una libera scelta: né imposto, né vietato. Eppure anche lei ha rischiato di non nascere o essere lasciata morire…

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