Per cortesia, almeno non rubateci la Pasqua!

Si può credere o meno che sia il Figlio di Dio, risorto, ma è comunque il simbolo – credenti o no – che dolore, passione, sofferenza e morte non sono l’ultima ineluttabile parola, aprendo quantomeno le porte alla speranza di una vita nuova.

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

19 Aprile 2022

Per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

Per cortesia, almeno non rubateci la Pasqua! Già l’operazione di rubare il Natale procede senza limiti: l’evento storico della nascita di Gesù Cristo è pressochè totalmente ignorato, per lasciare spazio al babbo con la barba bianca, alle renne con la slitta e alla neve sullo sfondo di panettoni e spumanti.

Non che tutto ciò sia male, ma è male ignorare o semplicemente nascondere il fatto storicamente provato della nascita del fanciullo di Nazareth cui la stessa etimologia della parola “natale” rimanda. Natale, nascita, venuta alla luce, di chi? Non certo delle renne – peraltro animali assai simpatici – o delle ghirlande con lampadine intermittenti. Nascita dell’uomo storico, Cristo Gesù, l’uomo che – figlio di Dio o no – ha totalmente e radicalmente cambiato la storia, al punto che essa stessa, la storia, ha dovuto computare gli anni fra prima e dopo quel “natale”. E che dire della “rivoluzione culturale” che quell’evento ha innescato: l’esaltazione della dignità umana – di ogni uomo e donna sulla faccia della Terra – slegata da ogni condizione contingente, dal censo all’etnia, dalla salute alla cultura, dalla bellezza all’intelligenza, dalla ricchezza al potere.

Ora è Pasqua e ancora una volta ci troviamo di fronte ad un evento storico, che può certamente essere variamente letto e interpretato, ma che è innegabile: quell’uomo deposto nel sepolcro, morto, non è più lì, si trovano le bende e il sudario, ma lui non è più lì. Si può credere o meno che sia il Figlio di Dio, risorto, ma è comunque il simbolo – credenti o no – che dolore, passione, sofferenza e morte non sono l’ultima ineluttabile parola, aprendo quantomeno le porte alla speranza di una vita nuova. Mai come in questi giorni, purtroppo, siamo nelle condizioni di capire e desiderare la speranza della vita dopo la morte, della pace dopo la guerra, della ricostruzione dopo la devastazione. E non solo fisica – case, strade, ponti, scuole – ma innanzitutto e soprattutto morale e spirituale: come non prevedere che sarà difficilissimo passare dall’odio alla comunione, dalla vendetta al perdono, dalle bugie profuse a larghe mani alla verità della storia.

Pasqua, “passaggio”, vuol dire anche questo: speranza che dalla caduta ci si può rialzare, dalla demagogia degli slogan che negano l’umano ci si può ravvedere, dal buio della morte si può passare alla luce della vita. Non siamo di fronte a una bella favola, a una fiction a lieto fine; siamo di fronte ad un evento storico, certamente molto difficile da comprendere, ma del quale abbiamo un incommensurabile bisogno.

Come sempre, del resto: l’uomo è capace di morte, ma sente dentro il suo cuore un incomprimibile bisogno di vita. La colomba con la granella, l’uovo colorato, la gita fuori porta sono certamente belle tradizioni, ma non è questa la Pasqua: la Pasqua è nuova vita, “morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello” e la vita ha vinto. Non permettiamo al laicismo imperante di rubarci anche la Pasqua.

©️Riproduzione riservata

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