Nel mentre si commemora giustamente la Giornata internazionale dell’abolizione della tratta degli schiavi, il pensiero non può non andare a una moderna forma di schiavitù, legalizzata in una ventina di Paesi e propagandata da numerosi mass media e dalla cultura dominante quale facile rimedio per soddisfare il desiderio di genitorialità.
Va seriamente preso in considerazione siffatto desiderio, spesso insopprimibile, ma quando quel desiderio intende trasformarsi in diritto, si sollevano delicate questioni etiche, vista l’immensità della posta in gioco.
A parte l’antilingua usata – gestazione per altri, gravidanza su commissione, donazione solidale, maternità surrogata – non è chi non veda che essa è diretta a mascherare, dietro il paravento del solidarismo, una pratica disumana. A partire dalla disponibilità di donne che, previo pagamento più o meno camuffato, affrontano gravidanza e parto, per poi cedere immediatamente il neonato a chi l’ha loro commissionato, “legalmente “.
Con l’esito di una scomposizione innaturale della maternità: genetica, per la donna che cede i propri ovociti; gestazionale, per chi mette a disposizione il proprio corpo per gravidanza e parto; legale o sociale o intenzionale, per chi ha commissionato il tutto al fine di avere un figlio.
Per poi avviare un vero e proprio commercio di bambini e donne – spesso in un imponente giro d’affari – per lo più provenienti da zone povere del pianeta; la mercificazione del corpo della donna e la cosificazione del figlio fin dal suo venire al mondo; la progettazione di bimbi come beni di consumo da fabbricare su ordinazione per coppie eterosessuali od omosessuali. Cosa rappresenta tutto questo se non una nuova forma di neocolonialismo e quindi di schiavitù?
Il tutto a configurare un’eminente questione antropologica.
Per la lesione inferta alla dignità e all’identità femminili, con banalizzazione della gravidanza e del parto, esperienze incancellabili. I committenti, convinti che il denaro possa tutto, esprimono non solo la disponibilità del corpo della donna, ma pure il corollario di ciò: la sua riduzione a res, cioè la sua mercificazione.
E’, ancora, questione antropologica, perché, nel lungo e intenso abbraccio di nove mesi, madre e figlio si appartengono reciprocamente, come la scienza medica ha efficacemente documentato.
E ‘ questione antropologica, per la brusca separazione da sua madre del figlio appena partorito che in tal modo viene privato di una vicinanza affettiva e fisica fondamentale.
Dice nulla che svariati movimenti femministi, certo per non veder espropriata la donna della sua corporeità e identità, abbiano dichiarato la propria contrarietà alla pratica dell’utero in affitto?
Ancor prima, profeticamente, KARL MARX (in “Miseria della filosofia”) asseriva: “Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile, divenne oggetto di scambio, di traffico e poteva essere alienato…tutto divenne commercio.”.
Una questione di dignità, appunto. La storia insegna che il vero progresso consiste nel riconoscere la piena umanità dell’altro e la sua eguale dignità.
E’ un tema cruciale per il futuro della società, che non può essere affrontato in un orizzonte di sperimentazione antropologica sulle generazioni future. E’ diritto fondamentale dei minori – e nostro dovere tutelarlo – quello di conservare un solo grande bene: il diritto di avere un papà e una mamma, come tutti i bambini del mondo.
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