QUELL’APPELLO AL DIRITTO, LUNGO 50 ANNI

Con la sentenza Dobbs vs. Jackson la Corte Suprema USA dichiara che «La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto». Una sentenza storica, che non nasce per caso e apre una riflessione. Solo pensando al nascituro e a sua madre si supera l’oscuramento della ragione, che congela la questione della vita sul piano della coscienza individuale
Donna incinta

di Pino Morandini

ex magistrato e membro della Giunta del Movimento Per la Vita con incarico di Vicepresidente per il dialogo con la politica.

27 Giugno 2022

Sono passati quasi cinquant’anni dal 22 gennaio 1973, giorno in cui la Corte Suprema U.S.A., con due decisioni importanti, nella causa Roe vs. Wade, dichiarò incostituzionali le leggi degli Stati che limitavano la pratica dell’aborto, affermando tra l’altro che la parola “persona”, utilizzata nel 14° emendamento della Costituzione, non comprendeva i bambini non ancora nati.

Da quel giorno negli USA i bambini nel seno materno sembrano rivolgere un accorato appello al diritto affinché ci si prenda cura di loro. E’ l’appello dei piccoli, dei “più poveri dei poveri”, come li definiva S. Teresa di Calcutta, resi ancor più deboli dalla loro invisibilità.

Solo la ragione, che è il dono di penetrare nell’invisibile, oppure la tecnica li possono rendere visibili, ma talvolta (spesso?) la ragione individuale è offuscata dalle esigenze dei più forti e la tecnica non è chiamata in causa, ovvero, qualora sia chiamata in causa, i presupposti epistemici antirazionali finiscono per pervertire l’ermeneusi dei dati offerti dalla scienza, se non di determinarli addirittura ab origine.

Per siffatti motivi i bimbi di cui sopra hanno bisogno di una “razionalità collettiva” a difesa dei deboli, che è appunto il diritto.

E’ opportuno rammentare che la sentenza del ’73 fu l’esito di un’acuta strategia abortista. Infatti, mentre tra il 1967 e il 1971, negli Stati Uniti lacerati dalle divisioni interne legate alla guerra del Vietnam, ai conflitti sociali e razziali, con tutto ciò che ne consegue, con l’opinione pubblica concentrata sul tragico conflitto nel sud-est asiatico e sulle sue ripercussioni interne, prese piede il processo che condusse alla Roe v. Wade.

All’epoca diciassette Stati riformano o abrogano le leggi che vietano l’aborto, mentre nel ’72 decolla la campagna del “Rapporto Meadows” che, mirando alla c.d. “crescita zero” e alla diffusione dell’aborto nel mondo, ritiene viziato da eccessiva frammentazione far approvare la relativa legislazione Stato per Stato, preferendo utilizzare la Corte Suprema per trasformare di colpo l’aborto in pratica di massa che investa tutti gli States, rendendolo obbligatorio e legittimo in tutta la federazione.

A nulla valsero allora né l’opposizione del Presidente Nixon né quella della Conferenza dei Vescovi cattolici e dei card. Krol e Cooke, nonostante le loro accurate argomentazioni.

Quell’appello è stato ora finalmente raccolto dalla Corte Suprema nella causa Dobbs vs. Jackson, secondo la quale «La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto», per cui l’autorità di regolarlo «torna al popolo e ai rappresentanti eletti».

Ciascuno Stato potrà quindi disciplinare liberamente la materia fino al punto di far vincere la vita, senza la spada di Damocle di possibili impugnative di legittimità fondate sull’assioma del diritto all’aborto costituzionalmente protetto.

Nemmeno questa sentenza nasce per caso, ma come esito di varie concause. Certamente hanno concorso il pluridecennale lavoro educativo – culturale svolto dai pro-life statunitensi unito all’instancabile servizio di condivisione da loro offerto alle gestanti in difficoltà. Certamente hanno giovato le manifestazioni pubbliche per la vita, gioiose e al tempo stesso dense di proposte alle Istituzioni. Certamente ha svolto il suo ruolo la sapiente designazione, da parte dell’ex Presidente Trump, di alcuni Giudici per la Corte Suprema.

Ma più ancora, quale denominatore comune e generatore di siffatta mobilitazione delle coscienze, la potenza propulsiva sprigionata dal nascituro, l’insopprimibile portata della verità che non può esser per sempre negletta e conculcata dal potere. Si avvera in fondo quel che ha espresso il Salmo: «Con la bocca dei bimbi hai svelato la potenza contro i tuoi avversari».

Solo pensando al nascituro e a sua madre si supera l’oscuramento della ragione, che congela la questione della vita sul piano della coscienza individuale, anzi, a esser più precisi, dell’insindacabile arbitrio del singolo cui è conferito un diritto potestativo sulla vita di un altro. Sarebbe come dire che la questione operaia, della povertà nel mondo, della pace sono problemi di coscienza, mentre si tratta invece di insopprimibili questioni di giustizia!

A maggior ragione quella della vita, che attiene al primo dei diritti inviolabili!

Solo adottando politiche che promuovano il diritto alla vita del non ancora nato e il sostegno a chi lo porta in grembo, è possibile superare la stridente contraddizione fra la proclamazione della dignità umana quale fondamento della libertà, della giustizia e della pace (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) e la sistematica violazione di quel diritto nell’esperienza quotidiana. Solo su questa strada la libertà si rivela nella sua reale essenza, che è facoltà di amare, cioè di riconoscere l’altro nel suo valore. Che libertà è quella di chi, per realizzarsi, cancella l’altro?

Non s’intende per nulla negare interessi reali e legittimi della donna e dell’uomo, come quelli legati alla professione, alla carriera, ecc.. È l’attuale temperie culturale che dipinge siffatti interessi come antagonisti, mentre non è necessariamente così, anzi.

Al contempo però non può corrispondere a ragioni di giustizia il far prevalere interessi reali di taluni su diritti fondamentali di altri, conferendo a un soggetto un diritto potestativo sulla vita di un altro.

Alla fine, la cultura abortista sarà comunque vinta dalla forza persuasiva dell’amore capace di chinarsi su quel bambino la cui unica ricchezza è l’esistenza come individuo appartenente alla specie umana, che la ragione può cogliere nella sua dignità.

Gli U.S.A. hanno raccolto l’appello dei nascituri. E l’Europa? E l’Italia? La sentenza della Corte Suprema e l’abnegazione dei pro-life americani, nel mentre insegnano che ogni sforzo per la vita è prezioso, ci sospingano verso un rinnovato impegno per generare una cultura per la vita capace di affrontare le difficili sfide della postmodernità.

 

Pino Morandini

(membro Direttivo naz.  Family Day)

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