REFERENDUM EUTANASIA: Prime valutazioni sul comunicato stampa della Consulta del 15 febbraio 2022

È sufficiente una lettura del testo dell’art. 579 c.p., per constatare come l’agente avrebbe dovuto andare assolto dall’omicidio ove avesse provato che la vittima aveva prestato il suo consenso ad essere uccisa, mentre avrebbe risposto di omicidio volontario “tradizionale” per i soli casi in cui la vittima fosse stata una persona minore di anni diciotto, inferma di mente e pochi altri casi.

di Piercarlo Peroni

avvocato cassazionista, coreferente Family Day - sede di Brescia, consigliere provinciale Unione Giuristi Cattolici Brescia, attivo in varie associazioni di volontariato

19 Febbraio 2022

L’esito è già noto alle cronache: la Corte costituzionale, nella riunione del 15 febbraio scorso, si è espressa in senso sfavorevole al referendum parzialmente abrogativo dell’art. 579 c.p. (l’omicidio del consenziente), dichiarandone l’inammissibilità. Le motivazioni estese verranno rese pubbliche una volta che verrà depositata la sentenza; tuttavia, il comunicato stampa rilasciato il giorno stesso dalla Consulta consente di formulare alcune prime impressioni “a caldo” rispetto all’iter logico adottato dai giudici nel rigetto della proposta referendaria.
Una prima riflessione deve essere svolta a proposito dell’ “inganno” sotteso alla proposta referendaria, posto che il comitato promotori, durante la raccolta firme, ha indicato il quesito come necessario per introdurre in Italia l’eutanasia, per risolvere una serie di casi pietosi in presenza di patologie gravissime.

In realtà, il quesito proposto come “referendum sull’eutanasia”, presentava evidenti contraddizioni, strumentalizzate dai sostenitori e dai mass media.
È sufficiente una lettura del testo dell’art. 579 c.p., nella formulazione “rimaneggiata” avanzata dai proponenti, per constatare come non si trattasse affatto né di un tentativo di introdurre l’eutanasia legale in Italia, né di configurare una scriminante in favore del reo: al contrario, laddove l’abrogazione fosse stata accolta, l’agente avrebbe dovuto andare assolto dall’omicidio ove avesse provato che la vittima aveva prestato il suo consenso ad essere uccisa, mentre avrebbe risposto di omicidio volontario “tradizionale” per i soli casi in cui la vittima fosse stata una persona minore degli anni diciotto, inferma di mente, o in condizioni di deficienza psichica, o per l’abuso di sostanze stupefacenti, o il cui consenso fosse stato viziato o estorto.

È intuibile il caos interpretativo che avrebbe comportato la riforma in questi termini, anche solo sotto il profilo della valutazione della condotta dell’autore da parte della Magistratura, e del rapporto con le condizioni psicofisiche del consenziente, e soprattutto in relazione alla “prova” in sede processuale della validità del consenso ricevuto dalla vittima.
Nessun riferimento, pertanto, ad una grave patologia psicofisica della vittima, ma solo alla circostanza che la medesima avesse prestato il consenso alla sua morte.

Al riguardo, ben si è espresso in questi giorni anche il Presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, il quale ha sottolineato la correttezza del ragionamento seguito dalla Consulta nel dichiarare l’inammissibilità della proposta, ed in particolare i pericoli a livello sociale che sarebbero derivati in caso di approvazione della riforma, come più volte sottolineato dal presidente del Family Day, soprattutto per le fasce più deboli e fragili come i giovani, sempre più attratti dalle sfide autolesioniste che circolano con troppa facilità in rete (ricordiamo lo scandalo “Blue Whale”), e per gli anziani sempre più fatti sentire come un peso anche da molti famigliari.

In secondo luogo, anche i forzati richiami al Caso Cappato (che aveva riguardato altra e diversa norma, ovvero l’istigazione al suicidio ex art 580 c.p.), ed all’astratta applicabilità anche all’omicidio del consenziente delle disposizioni in materia di D.A.T. si sono rivelati strumentali: tali previsioni si applicano esclusivamente nell’ambito del rapporto medico-paziente e dunque in stretto ambito ospedaliero, con le dovute competenze scientifiche e nelle strutture adeguate, ed in presenza di gravi patologie; al contrario, nell’omicidio del consenziente nulla di ciò era previsto, ed è irrazionale pensare che tali fattispecie potessero venire estese in via generale anche ad altri soggetti, senza alcuna competenza in ambito medico e senza alcuna grave patologia, con conseguente ricorso ad altri mezzi, diversi da quelli a disposizione del personale sanitario, per privarlo della vita.

È proprio l’art. 4 della legge 219/2017 a prevedere che il consenziente possa “in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte, (…) attraverso le DAT, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”.
Inoltre, sempre l’art. 4, al comma 5, prevede espressamente la possibilità per il medico di disattendere le DAT, laddove esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente, ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni del paziente, proprio per ribadire il principio di indisponibilità della vita costituzionalmente garantito.

A tal proposito, è senza dubbio emblematica e condivisibile la motivazione rassegnata dalla Consulta a chiusura del comunicato in esame, laddove ribadisce che attraverso il referendum parzialmente abrogativo dell’art. 579 c.p. “non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”.

Implicitamente, ma con forza, ancora una volta la Corte fa dunque riferimento agli art. 2 della Costituzione ed all’art. 2 della CEDU, dai quali discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo. Onere che, si rammenta, era già stato ribadito dalla Consulta stessa anche nella sentenza sul Caso Cappato, laddove aveva sottolineato come il diritto alla vita non contemplasse anche un “diritto a morire”, e ciò né con l’aiuto dello Stato, né a mezzo terzi, come sottolineato con forza dal “comitato famiglie per il no all’omicidio del consenziente”.
Alla luce dell’esito assunto dalla Corte costituzionale, l’intervento di alcuni comitati contrari al referendum, tra qui quello costituito dal Prof. Massimo Gandolfini, si è rivelato decisivo nell’emersione della verità e del rispetto dei principi costituzionali contro le mere ideologie prive di fondamento etico e giuridico.

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