REFERENDUM RADICALE: Le possibili derive dell’omicidio del consenziente

Si legge nel comunicato della Consulta uno spunto molto importante: "non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili".

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

16 Febbraio 2022

Con grande soddisfazione accogliamo la pronuncia della Consulta che non ha ammesso il referendum abrogativo che avrebbe voluto depenalizzare il reato di omicidio del consenziente.

Si legge, nel comunicato (le motivazioni non sono ancora disponibili), uno spunto molto importante: “non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”. Mi pare che la decisione abbia con poche parole scoperto le lacune di un pensiero che ha sì raccolto una marea di firme, ma forse lo ha fatto in modo poco trasparente e sincero.
Non entro nel merito del dibattito. Già altri hanno sottolineato come sia molto meglio e molto più nobile offrire amore e non morte a chi soffre.

Quel che invece mi chiedo, io, è quanto sia chiara ai referendari l’importanza di un requisito: il consenso della persona sofferente. Perchè di consenziente si parla in relazione all’omicidio che taluni vorrebbero render lecito.La storia insegna infatti che la parola consenso non è poi sempre intesa nel modo giusto. Mi spiego: consenso è innanzitutto libero ed informato. Ebbene, se solo proviamo a fare un parallelismo e pensiamo all’aborto, proviamo a chiederci: la donna è libera di aderire o meno a questa pratica? Presumo che la risposta prima e istintiva sia “sì”. Ma una seconda domanda scomoda anche la prima: lo è perchè decide, ossia presta il consenso, dopo esser stata debitamente informata?

Purtroppo è esperienza dolente e comune quella di presidi sanitari che NON informano per nulla la gestante, ponendole come unica alternativa la soppressione di una vita. Non indicano vie alternative, che spesso poi sono semplicemente l’indicazione di fonti economiche per mantenere il nascituro. No. Tacciono. Presentano una unica soluzione, apparentemente facile e definitiva: “fallo, e poi non ci pensi più”.
E, purtroppo, spesso la donna lo fa. Ma il problema è che non è vero che non ci pensa più. Anzi. Basta chiedere a chi ha vissuto l’esperienza.

Ma, a questo punto mi chiedo: quella donna, quella futura mamma, anzi già mamma, avrebbe detto “sì” anche se avesse saputo che il piccolo lo avrebbe potuto mantenere? Che ci son aiuti? Che lo avrebbe ricordato struggendosi per tutta la vita?

E allora mi viene spontanea una domanda: possiamo davvero dire che la giovane abbia dato un consenso vero, libero, informato? O che la sua volontà sia stata abilmente pilotata? Ecco il punto. Ed ecco una enorme fragilità della proposta referendaria: quanto è facile portare un sofferente mal informato a scegliere la morte?

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