REFERENDUM SULL’EUTANASIA: Analisi sulle motivazioni della Consulta

La Corte ha positivamente recepito le difese erette da chi intende difendere la inviolabilità della vita ed in particolare dei soggetti più fragili contro coloro che vorrebbero invece mercificarla.

di Piercarlo Peroni

avvocato cassazionista, coreferente Family Day - sede di Brescia, consigliere provinciale Unione Giuristi Cattolici Brescia, attivo in varie associazioni di volontariato

10 Marzo 2022

Nell’articolo pubblicato lo scorso 17 febbraio, ci eravamo soffermati sul comunicato stampa della Corte Costituzionale con il quale veniva rigettata la proposta referendaria sull’omicidio del consenziente.

Lo scorso 02 marzo è stata finalmente depositata la sentenza n. 50/2022, comprensiva delle motivazioni rassegnate dalla Consulta nel dichiarare l’inammissibilità del referendum in parola.

La lettura del provvedimento non fa che confermare quelle “impressioni a caldo” che avevamo sviscerato nel precedente contributo, con particolare riguardo alla tutela del diritto alla vita come principio costituzionale inviolabile di rango superiore.
Ma andiamo con ordine.

In primo luogo, va sottolineato come la Corte, anche se non obbligata, aveva autorizzato il deposito delle memorie difensive di tutti i comitati intervenuti in giudizio – ovvero, sia quelli a favore del referendum, che quelli contrari – ed ha ammesso alla discussione orale del 15 febbraio i legali di tutte le parti intervenute.
In tal modo, ed essendo stato presente personalmente in udienza posso confermarlo, si è venuto a creare un dibattito ampio, in cui il Collegio, presieduto dal Presidente On. Giuliano Amato, ha concesso egual tempo ad entrambi gli schieramenti per esporre le proprie posizioni ascoltando tutte le voci in causa, e dunque i Giudici hanno avuto un quadro il più esteso possibile delle argomentazioni sul tavolo per rassegnare la propria decisione.

Ciò premesso, esaminando la sentenza si evince come per prima cosa la Corte sia partita dal dato normativo, analizzando la finalità sociale dell’omicidio del consenziente e confrontando il testo dell’art. 579 c.p. nella sua vigente formulazione con quello contenuto nella proposta referendaria.

Ebbene, sotto tale profilo la Consulta afferma che, in caso di ammissibilità del referendum, “la norma verrebbe a sancire, all’inverso di quanto attualmente avviene, la piena disponibilità della vita da parte di chiunque sia in grado di prestare un valido consenso alla propria morte, senza alcun riferimento limitativo”.
In altri termini, prosegue la Corte, in caso di liberalizzazione dell’omicidio del consenziente, si verrebbero a manifestare una serie di condotte omicidiarie che prescinderebbero dalle condizioni di malattia del prestatore del consenso, ma che si ricollegherebbero anche ad altre situazioni personali – sociali, economiche, familiari, o anche un semplice tedium vitae – che comporterebbero l’accettazione della morte per mano altrui da parte dell’Autorità giudiziaria, circostanza tuttavia in aperta antitesi con i principi previsti nel nostro ordinamento.

Sul punto la Consulta, aderendo alle argomentazioni spese anche dal Comitato del Prof. Massimo Gandolfini, ha evidenziato come le disposizioni sul consenso informato e le D.A.T. non siano applicabili alla fattispecie dell’omicidio del consenziente, posto che non verrebbero minimamente applicate le procedure medicalizzate previste dalla Legge 2019/2017 e per i soli casi concernenti casi di comprovate ed incurabili patologie fonte di sofferenze fisiche o psicologiche in capo alla vittima.

Nel prosieguo la Corte, dopo aver richiamato alcune proprie precedenti pronunce rese nel corso degli anni in tema di referendum abrogativi contrastanti con il dettato costituzionale, ha ribadito ancora una volta il principio secondo cui la vita e la sua tutela si collocano in posizione apicale nell’ambito dei diritti fondamentali della persona.

Nei dettaglio, la Consulta ricorda che “il diritto alla vita, riconosciuto implicitamente dall’art. 2 Cost., è «da iscriversi tra i diritti inviolabili, e cioè tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione, per dir così, privilegiata, in quanto appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana. Esso concorre a costituire la matrice prima di ogni altro diritto, costituzionalmente protetto, della persona”.
Ed ancora, il diritto alla vita è il “primo dei diritti inviolabili dell’uomo, in quanto presupposto per l’esercizio di tutti gli altri, ponendo altresì in evidenza come da esso discenda «il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire”.

Venendo nello specifico alla proposta abrogativa in esame, la Corte ha sottolineato l’importanza e la “perdurante attualità” all’interno del nostro ordinamento dell’art. 579 c.p. così come in vigore, come strumento di protezione del diritto alla vita, e soprattutto in favore “delle persone più deboli e vulnerabili, in confronto a scelte estreme e irreparabili, collegate a situazioni, magari solo momentanee, di difficoltà e sofferenza, o anche soltanto non sufficientemente meditate”.

In conclusione, la Consulta ribadisce con vigore “il «cardinale rilievo del valore della vita», il quale, se non può tradursi in un dovere di vivere a tutti i costi, neppure consente una disciplina delle scelte di fine vita che, «in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale», ignori «le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite» (ordinanza n. 207 del 2018). Quando viene in rilievo il bene della vita umana, dunque, la libertà di autodeterminazione non può mai prevalere incondizionatamente sulle ragioni di tutela del medesimo bene, risultando, al contrario, sempre costituzionalmente necessario un bilanciamento che assicuri una sua tutela minima.
Discipline come quella dell’art. 579 cod. pen., poste a tutela della vita, non possono, pertanto, essere puramente e semplicemente abrogate, facendo così venir meno le istanze di protezione di quest’ultima a tutto vantaggio della libertà di autodeterminazione individuale”.
Cosa che, per converso, non si otterrebbe laddove fosse stata approvata la proposta referendaria, in quanto così facendo “renderebbe indiscriminatamente lecito l’omicidio di chi vi abbia validamente consentito senza incorrere nei vizi indicati, a prescindere dai motivi per i quali il consenso è prestato, dalle forme in cui è espresso, dalla qualità dell’autore del fatto e dai modi in cui la morte è provocata – comporterebbe il venir meno di ogni tutela”.

Come si è potuto apprezzare nei passaggi della sentenza qui riportati, la Corte fa più volte leva sul concetto di “diritto alla vita”, ed obbligo dello Stato, secondo quanto stabilito dalla Costituzione, di tutela dello stesso onde non tramutarlo alla stregua di qualsivoglia diritto disponibile.
Ciò dimostra di come la Corte abbia positivamente recepito le difese erette da chi intende difendere la inviolabilità della vita ed in particolare dei soggetti più fragili contro coloro che vorrebbero invece mercificarla.

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