Solidarietà è farsi prossimo verso il sofferente

Il 20 dicembre si celebra la Giornata internazionale della solidarietà umana, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2005 e che riconosce la solidarietà come valore fondamentale che dovrebbe rappresentare la base delle relazioni tra i popoli. Già nel 2002, a tale proposito, la stessa Assemblea Generale aveva istituito il “Fondo mondiale per la solidarietà” […]

di Stefano Ojetti

Dott. Stefano Ojetti, Associazione Medici Cattolici Italiani

20 Dicembre 2021

Il 20 dicembre si celebra la Giornata internazionale della solidarietà umana, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2005 e che riconosce la solidarietà come valore fondamentale che dovrebbe rappresentare la base delle relazioni tra i popoli.

Già nel 2002, a tale proposito, la stessa Assemblea Generale aveva istituito il “Fondo mondiale per la solidarietà” con lo scopo di contrastare le ingiustizie di carattere economico, sociale, culturale e umanitario. Ma la solidarietà non si esprime soltanto col cercare di diminuire le disuguaglianze in campo economico o sociale, ma assume significato anche e soprattutto nel farsi prossimo verso il sofferente.

In una società come quella attuale dove domina il femminicidio, dove il branco vigliacco stupra le donne indifese, dove impera il racket delle schiave del sesso, dove la vita ha perso il suo significato perché si è persa la scala dei valori, dove non esiste più il concetto di famiglia naturale, dove i genitori non sanno più chi sono e cosa fanno i propri figli, dove gli insegnanti hanno paura di educare e dove la parola “no” non viene più accettata dai nostri giovani, allora l’egoismo, travestito da diritto, ha preso il sopravvento nelle questioni etiche.

Esiste infatti il diritto ad avere un figlio ad ogni costo o ad abortire, il diritto a sperimentare sugli embrioni, il diritto all’adozione delle coppie omosessuali o dei single, il diritto – secondo la teoria gender – a sentirsi maschi o femmine indipendentemente dal sesso, il diritto alla liberalizzazione delle droghe “cosiddette leggere” ed infine il diritto, in nome del principio di autodeterminazione, di scegliere anticipatamente se vivere o morire in un Sistema Sanitario Nazionale che anziché assicurare la salute verrà paradossalmente chiamato ad assicurare la morte per legge.

Ma ci si è mai chiesti del perché di una richiesta di suicidio assistito? E’ certamente più facile legiferare a favore di una scelta di morte, piuttosto che trovare le risorse per assicurare un’adeguata assistenza a quelle categorie fragili rappresentate dai malati terminali, dai disabili gravi e dagli anziani non autosufficienti. Cosa fa lo Stato in concreto per chi, al contrario, vuole vivere e non ce la fa in termini finanziari ed assistenziali?
Sostenere una cultura di morte per legge significherebbe per l’odierna società affrontare il problema della sofferenza nella maniera più semplice e meno impegnativa possibile, banalizzando l’esistenza dell’uomo al quale, in nome di una amorevole pietas, viene donata la morte equiparandone in tal modo la vita biologica a quella di un qualsiasi altro essere vivente cui spesso, per interromperne il patimento, viene procurata la morte.

Ecco perché, in questa giornata di solidarietà Internazionale, piace ricordare questo tipo di vicinanza, di fratellanza verso il sofferente, verso colui che ha bisogno di aiuto e che quando capisce di esser diventato un peso per la propria famiglia, si trova quasi costretto a chiedere di scomparire.

Anche il medico nell’assistenza al sofferente deve essere chiamato, oltreché ad operare secondo la propria professionalità, anche da una sorta di solidarietà nei confronti di chi soffre. La malattia quindi non deve essere affrontata in maniera tecnocratica, con il rischio di trascurare la vicenda umana del paziente, ma al contrario in maniera personale tenendo presente che essa ha una sua storia, un ambiente in cui si sviluppa, un soggetto in cui vive. Nel sofferente c’è anche il bisogno della compassione, “cum passio” vale a dire del “soffrire insieme”, è un atteggiamento di accoglienza che si realizza soprattutto nell’ascoltare, nel comprendere, nel consolare.

Ma il malato non ha solo il bisogno di essere ascoltato, vorrebbe porre delle domande sul perché della sua sofferenza fisica che a volte si protrae troppo, desidererebbe delle risposte, ma spesso non ha il coraggio di chiedere. Allora occorre stabilire un contatto autentico cosicché il sofferente esce dalla sua solitudine, dal suo silenzio e parla delle sue paure, del distacco dalle persone che ama e dalle sue cose cui è fortemente attaccato.

Compito dello Stato deve essere pertanto quello di riallocare le risorse in maniera oculata, di salvaguardare la salute sempre e comunque e di non creare infine le condizioni per le quali il paziente e i familiari si vedano costretti per disperazione a fare una richiesta di eutanasia.

La soluzione infatti, dovrebbe essere sempre quella di porsi a baluardo della vita e della dignità della persona, creando le condizioni perché le fragilità siano risolte con il trionfo della vita e non con la supremazia della morte. “Staccare la spina” è sicuramente l’atto più semplice. Il creare le condizioni del non farlo è certamente più difficile ma più degno e meritevole.

©Riproduzione riservata

del Dott. Stefano Ojetti, segretario nazionale AMCI – Associazione Medici Cattolici Italiani

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