Sono un papà

Vorrei affrontare il tema di un tipo particolare di amicizia, di cui oggi si sente molto parlare: quella tra figli e genitori.
Padre e figlio che camminano su un sentiero nel bosco

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech.
Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende.
Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti.
Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

30 Luglio 2024

Oggi è la giornata dell’amicizia.
Vorrei affrontare il tema di un tipo particolare di amicizia, di cui oggi si sente molto parlare: quella tra figli e genitori.
Ora, non sussultate sulla sedia. Però a me, che sono un po’ vecchio stile, ‘sta cosa del dover essere amici dei figli un pochino mi fa strano.
Intendo dire: io i miei figli li amo. O almeno ci provo nonostante tutte le mie debolezze e mancanze.
Gli voglio bene sia chiaro. Cerco di ascoltarli, anche se alcune volte si capisce lontano un chilometro che penso ad altro.
Li aiuto, ce la metto tutta anche quando sono stanco morto. E poi comunque non basta mai.
Ci gioco, ci ho sempre giocato assieme. Ci siamo divertiti parecchio. E raramente li ho fatti vincere: se la dovevano – se la devono tutt’oggi – sudare.
Parliamo, parliamo tanto. Di stupidate, di cose frivole, ma anche di massimi sistemi: dalla religione alla fisica. Politica poco o nulla.
Gli fornisco un sacco di consigli, anche se molti sconfinano in predicozzi mal digeriti.
Ovviamente ci litigo. Mi arrabbio e spesso io e qualche volta anche loro si dice qualcosa che sarebbe meglio evitare, e di cui ci si pente un nanosecondo dopo.
Ci sono. Magari non si vede, ma cerco di esserci, specie se allungano una mano chiedendo aiuto.
E infine metto anche qualche regola. Con la fatica di ricordarmele io stesso queste regole (in questo mia moglie è bravissima a sottolineare le mie incoerenze…), e soprattutto con la battaglia per farle rispettare: da orari di rientro al mettere a posto la camera, fino a qualcosa di più impegnativo. Regole, regole, regole.
Insomma: sono un papà che vorrebbe tutto il bene del mondo per i propri figli. Che lotta con loro e a volte contro di loro. Che qualche volta si fa amare e molte di più odiare. Ma che sempre, sempre, ha come orizzonte solo e soltanto il bene dei propri figli.
Ebbene: questo vuol dire essere loro amico? Io non credo. Sono un papà. Punto.
Perchè mi guardo attorno e vedo che la questione dell’amicizia spesso, forse troppo spesso, viene degradata ad una banalizzazione e – me lo si consenta – ad una ridicolizzazione del genitore. Un padre o una madre che, elemosinando affetto dal figlio, scende a compromessi, si fa calpestare sempre e comunque, e pensa che il solo fatto che un figlio gli racconti qualcosa (e non si illuda: di segreti ne avrà sempre, soprattutto sulle cose personali o scottanti che poi, guarda caso, sono proprio quelle che il genitore vorrebbe conoscere) voglia dire che “siamo amici”.
Amici? Fai il genitore. E che l’altro faccia il figlio.
Di amici ne può avere a decine. Ma di genitori solo due (mamma e papà, oggi è il caso di sottolinearlo). Non facciamoci chiamare “vecio” o “bro”. Non in nostra presenza. Non accettiamo che i figli dicano “vai qua, vai là” sciorinando ordini perentori che ci affanniamo ad onorare supini. Non vestiamoci come loro per sembrare loro coetanei, amici appunto. No.
Hanno bisogno di padri, di madri. Di colonne cui appoggiarsi. E la colonna ti regge e guida se non è come te.
La colonna ti sorregge se è un appoggio sicuro, saldo. Che ha sperimentato le intemperie, il tempo, ma è sopravvissuta. Che è lì ad aspettarti, a darti sostegno. Ma non ti segue come un cagnolino.
Ecco, lo dico: alcuni genitori sembrano cagnolini. E i figli i padroni, quasi i tiranni. Portano la borsa al pargolo dopo l’allenamento. E il piccolo che gli cammina innanzi senza nemmeno degnarli di uno sguardo (che poi spesso è fisso sul telefono).
Colonne, colonne dobbiamo essere. Non cagnolini che scodinzolano.
Perchè poi questi figli cresceranno, e quando le vertigini della vita li prenderanno a sorpresa, si guarderanno attorno. E cercheranno la memoria di qualcosa di solido. Una colonna appunto.

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