Su Zan ha vinto il buon senso però ci sono altre mine anti uomo

Cancellare il ddl Zan è certamente una rondine che porta buoni auspici, ma la primavera dei diritti purtroppo ancora molto lontana.

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

31 Ottobre 2021

 

Su Zan ha vinto il buon senso però ci sono altre mine anti uomo.

Per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

 

Di Massimo Gandolfini

 

«Una rondine non fa primavera» recita un antico proverbio. Cancellare il ddl Zan è certamente una rondine che porta buoni auspici, ma la primavera dei diritti – quelli veri e seri – della vita, dei bambini, dei disabili, della libertà educativa, del sostegno alle famiglie povere e numerose è purtroppo ancora molto lontana. Se, poi, leggiamo i commenti di alcuni leader dei partiti che hanno patrocinato questo inutile e dannoso disegno di legge, assistiamo ad una fiera delle bugie e delle banalità che lascia davvero sconcertati.

 

Il semplicissimo buon senso già dava tutte le ragioni per disinnescare questa «mina» antiuomo. E la metafora della «mina» non è per nulla né retorica né banale: la mina non si vede, è nascosta sotto la terra, e solo quando viene calpestata esplode. Il ddl Zan, nascosto dallo slogan pretestuoso quanto falso nella sua sostanza del contrasto alla violenza verso le persone omosessuali (non so nella mente di Zan, e non mi permetto di giudicare le intenzioni, buone o cattive che fossero) dato che – numeri alla mano che abbiamo divulgato e che nessuno ha potuto smentire – chiunque ha commesso reati del genere è già associato da anni alle patrie galere, introduceva nel tessuto culturale, soprattutto scolastico, del nostro Paese il concetto ideologico dell’identità di genere, che scardina il tessuto stesso dell’umano.

 

Proviamo a figurarci una classe elementare o media – magari con nostri figli o nipoti seduti ai banchi – che «celebrando» la Giornata contro l’omotransfobia, si sente indottrinare sulla fluidità dei generi, sulla libera scelta di essere maschio, femmina o *altro, sulla bellezza della «gestazione per altri», ad opera di «esperti», drag queen o drag king compresi.

 

Queste argomentazioni di puro buon senso, ripetute in centinaia di conferenze, convegni, webinar, interviste hanno fatto breccia nella mente di molte persone – politici compresi – che, dapprima indifferenti, hanno compreso la gravità della posta in gioco.

 

Così si comprende il voto di mercoledì al Senato: contro l’ideologia ha vinto il buon senso e i senatori che hanno capito – o che hanno voluto capire – non potevano che votare per bloccare quell’ideologico disegno di legge. Il confronto o lo scontro, se si preferisce, è stato fra l’ideologia e la ragione, fra le statistiche manipolate o inventate e i dati reali forniti dallo Stato, fra la bandiera di partito e il vero interesse del bene comune.

 

È una tappa, significativa, ma una tappa; non il traguardo. Sono aperti altri dossier delicatissimi, che fanno parte di una vera e propria strategia di sovversione antropologica, venduti con la consueta strategia dell’«essere liberi fino alla fine». Così si va dall’eutanasia al suicidio assistito, dalla legalizzazione della cannabis alla «nobile» (sic!) pratica dell’utero in affitto.

 

Ancora una volta, rappresentiamoci lo scenario concreto: abbiamo di fronte un uomo che vuole suicidarsi. Che facciamo? Tutta la storia dell’umanità ci ha educato a spenderci per farlo desistere, per aiutarlo a non commette «l’insano gesto». Oggi il paradigma è cambiato: se vuole uccidersi, diamogli una mano a realizzare la sua «incontestabile» scelta! Uccidersi e chiedere di essere uccisi è diventato un valore, valore da tutelare con il diritto, un bene che va legalizzato!

 

Altrettanto, mentre ci si riempie la bocca di tutelare la salute dei cittadini – primo dovere sociale e morale di un Paese civile – si rende legittimo e disponibile lo «sballo di stato», considerato, dunque, ricreativo, positivo, salutare. Aumentano le dipendenze, mettiamo i giovani sulla strada delle droghe più distruttive, aumentano gli incidenti stradali e gli accessi ai pronto soccorsi (ancora una volta, questi sono numeri e statistiche ufficiali, che non fa il Family day!), il mercato nero criminale prosegue la sua infame attività, e noi ci chiudiamo gli occhi, anzi diamo un’opportunità in più.

 

Eutanasia, suicidio, cannabis, gender: sono le cifre di un pensiero politico-sociale che, nella più leggera delle ipotesi, sceglie di adottare la consolidata pilatesca (e vergognosa) soluzione: lavarsene le mani. Lasciando nel ciclone del dolore e della sofferenza tanti uomini e donne, giovani e adolescenti che – come diceva una canzone degli anni Settanta – sono «mosche cieche che non sanno più volare», la cui unica alternativa è lo sballo e la morte. Il dovere della cura è stato soffocato dall’ideologia del diritto di morire o di drogarsi. Ringraziando il cielo, non è così per tutti e non è così sempre. L’evento di mercoledì ci dice che un po’ di buon senso sopravvive, a patto che lo si solleciti ad alzare la voce, difendendolo attraverso due atti di grande caratura democratica: primo, negare il voto e il consenso a partiti e persone che promuovono leggi di tal fatta; secondo: aiutarci a crescere come popolo che difende la vita e la vera civiltà dei valori.

 

A chi grottescamente afferma che con la bocciatura dello Zan «hanno fermato il futuro… passo indietro rispetto alla maturità del Paese… vergognose, schifose e ignobili le sorprese sul ddl Zan…», ancora una volta risponderemo con il buon senso e la forza della verità. E proprio queste hanno vinto l’altro giorno al Senato.

 

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