Pubblichiamo per gentile concessione del quotidiano “LaVerità”
E’ veramente vergognoso – oltre che giuridicamente illecito – quanto sta accedendo in Regione Toscana: approvare un testo normativo che sancisce come “diritto inviolabile” la disumana pratica del suicidio medicalmente assistito. E’ davvero vergognoso trasformare l’atto tragico del suicidio di una persona in un mero problema carattere organizzativo, facendo dire alla Corte Costituzionale (sentenza 242/19) quello che assolutamente non dice, cioè l’affermazione di un “diritto di morire”.
La sopra citata sentenza, unitamente alla sentenza 135/24, escludono che nella nostra Costituzione possa rinvenirsi una sorta di diritto alla morte e che – al contrario – il nostro ordinamento riconosce e tutela la vita come il primo e fondamentale diritto, anche in situazioni di particolare fragilità, riconoscendo soltanto una circoscritta area di non-punibilità a condizioni rigidamente stabilite, senza che ne discenda né un diritto né un obbligo a prestazioni finalizzate a provocare la morte.
Non si deve dimenticare che la Consulta avanza un pressante appello a favore delle cure palliative, dichiarandone la priorità rispetto ad ogni decisione di fine vita. Nella già citata sentenza 135/24 si legge: “deve essere confermato lo stringente appello affinché sull’intero territorio nazionale sia garantito a tutti i pazienti … una effettiva possibilità di accesso alle cure palliative appropriate per controllare la loro sofferenza, secondo quanto previsto dalla legge 38/2010”. Ed è a tutti noto quanto pesantemente disattesa è questa “effettiva possibilità di accesso” alle cure palliative, con una drammatica disuguaglianza di strutture hospice e di servizi territoriali/domiciliari fra regione e regione. Rispetto alle effettive necessità, la copertura di cure palliative nel nostro Paese è dell’ordine del 50% degli aventi bisogno!
La Regione Toscana non fa per nulla eccezione e, dato che nella discussione in corso, si è tentato di quantificare l’impatto economico del suicidio assistito in diecimila euro all’anno per i prossimi tre anni, viene spontanea la domanda perché non si possano allocare queste risorse per accompagnare chi ne ha bisogno ad una morte naturale e dignitosa, abbandonando l’assurda “soluzione finale” che pretende di eliminare la sofferenza, eliminando il sofferente. La normativa in discussione, dietro il paravento dell’aspetto meramente procedurale – peraltro anch’esso palesemente lacunoso, dato che manca di una relazione dettagliata di ordine economico e contabile, necessaria ed ineludibile secondo l’articolo 81 della Costituzione, cui non possono sfuggire neppure le Regioni (sentenza 244/2020) – nasconde lo scellerato proposito di ridurre la vita di un essere umano ad un mero fatto formale, di carattere amministrativo. Oltre all’aspetto – già più volte affermato ed acclarato – della incompetenza dei Consigli Regionali a legiferare su temi che coinvolgono la vita dell’intera comunità nazionale – resta il fatto che proprio la Toscana, regione leader nel contrasto alla legge sull’autonomia differenziata, abbia normato una pratica di suicidio assistito, non ammessa dal nostro ordinamento. Segno inequivocabile dell’impostazione ideologica che anima forze politiche e sociali che da sempre cianciano di diritti ma che di fatto lavorano solo a favore di istanze e norme di chiaro segno disumano, dall’aborto fino alla morte scelta.
Un primato, quello di Regione Toscana, di cui non andare per nulla fieri: aver aperto la strada alla morte patrocinata dal servizio sanitario pubblico, nato per tutelare la salute dei cittadini e non certo per garantirne il “diritto di morire”.
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