Fa discutere il caso, recentemente emerso, di una studentessa sedicenne di Piacenza alla quale è stata negata la possibilità di accedere alla didattica a distanza per poter accudire il proprio neonato. La vicenda appare significativa sia in relazione al primario diritto alla maternità, strettamente connesso al bisogno essenziale del bambino di crescere accanto alla propria madre, sia rispetto al diritto all’istruzione, che deve essere garantito a favore della studentessa, peraltro meritevole.
È fondamentale chiarire, in via prioritaria, i valori fondamentali che devono guidare l’analisi della vicenda. Il diritto alla maternità, tutelato dagli artt. 31 e 37 della Costituzione, non è soltanto prerogativa della madre, ma diritto strettamente connesso al bisogno primario del neonato di ricevere cure affettive e fisiche dalla propria genitrice. La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989), ratificata dall’Italia con la legge n. 176/1991, stabilisce che in ogni decisione riguardante i minori occorra tenere in via prioritaria conto del loro superiore interesse (art. 3).
Parallelamente, non può essere sottovalutato il diritto all’istruzione della studentessa, che può essere garantito anche attraverso l’accesso alla didattica a distanza. I riferimenti normativi contenuti negli artt. 33 e 34 della Costituzione sanciscono il diritto allo studio e l’apertura della scuola a tutti, con l’obbligo per la Repubblica di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono l’esercizio, come previsto dall’art. 3 Cost.. L’impegno e i risultati conseguiti dalla ragazza – che, nonostante una gravidanza a rischio, ha mantenuto un alto rendimento scolastico – dimostrano la piena comprensione del valore del diritto all’istruzione, perseguito insieme alla volontà di tutelare la vita nascente.
Le evidenze psicopedagogiche rafforzano questo quadro. Le teorie dell’attaccamento, a partire dagli studi di John Bowlby, dimostrano come il legame instaurato nei primi mesi di vita tra madre e figlio sia determinante per lo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale del bambino. La relazione post-natale va dunque rafforzata e sostenuta, poiché costituisce un presupposto imprescindibile per la crescita armonica del neonato.
Il merito della studentessa piacentina è duplice: da un lato, ha dato priorità assoluta alla vita nascente; dall’altro, ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente un ostacolo oggettivo prospettatole a fronte del diritto all’istruzione e del diritto a una maternità sana, ponendo il superiore interesse del minore al di sopra di ogni altra considerazione.
La denuncia della difficoltà decisionale dell’istituto scolastico, rispetto al bisogno primario di prendersi cura del proprio figlio, evidenzia quanto la questione non sia affatto secondaria.
La scala di valori manifestata dalla ragazza sottolinea come l’esigenza del neonato di essere accudito nei primi mesi richieda scelte chiare e tempestive da parte delle istituzioni, che devono garantire non solo il diritto all’istruzione, ma soprattutto il diritto del bambino a crescere accanto alla propria madre, appunto garantendo e facilitando il diritto all’istruzione senza che questo interferisca in alcun modo con primario diritto del bambino.
Il paradosso dei nostri giorni emerge dall’impasse in cui si trovano alcuni istituti scolastici, che mostrano una perdita di contatto con la realtà.
Da un lato, la madre intende garantire al proprio figlio una crescita psico-fisica ordinata, senza trascurare il proprio diritto allo studio; dall’altro, sovente alcuni istituti scolastici che, sulla base di convinzioni puramente ideologiche e senza un adeguato accertamento psicodiagnostico, concedono l’apertura della cosiddetta carriera alias in assenza di presupposti normativi minimi.
Questa errata percezione della realtà richiede un intervento urgente sul corpo sociale, affinché la società e le istituzioni non cadano nella situazione descritta da Platone nell’allegoria della caverna, dove chi è prigioniero di una realtà illusoria crede che le ombre proiettate sulle pareti siano la vera realtà.
I tempi sono maturi per affermare, una volta per tutte, che l’autonomia scolastica, tanto sbandierata da alcuni, non può essere intesa come una libertà assoluta, ma deve essere esercitata nel pieno rispetto dell’ordinamento giuridico e dei diritti fondamentali degli studenti.
Tra questi, il primario diritto della studentessa madre a svolgere la maternità nel miglior modo possibile per il proprio bambino costituisce un principio inderogabile. Tutelare la maternità come diritto sacrosanto della studentessa madre è il modo migliore per garantire il diritto all’istruzione della stessa, nell’ambito di un’autonomia scolastica posta realmente al servizio della persona. Solo rispettando questa gerarchia di valori l’Istituto Scolastico può operare correttamente, nel pieno rispetto dell’autonomia e del quadro normativo di riferimento.
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