Una nuova cultura per l’uomo del terzo millennio

Decenni di femminismo, di liberalismo, di rivolta contro i padri e il Padre, hanno fuorviato la sana concezione dell’uomo forte, riducendolo a due estremi opposti (e spesso coesistenti): il furbo e l’aggressivo.

di Stefano Parenti

Psicologo e psicoterapeuta vive e opera a Milano. Oltre al proprio studio professionale, attualmente gestisce il presidio socio-psicologico di un’importante azienda milanese ed è co-fondatore di Family Care, un centro servizi per adolescenti, lavoratori e famiglie. E' autore di Fatherless, l'assenza del padre nella società contemporanea (D'Ettoris), Il tuo lavoro ha un senso (Sugarco), Magda Arnold psicologa delle emozioni (D'Ettoris), Psicologia e misericordia (Mimep-Docete). E' attualmente il presidente dell'Associazione di Psicologia Cattolica.

19 Marzo 2022

Un giovane uomo entra nell’ufficio postale. Mentre aspetta il turno per prendere il biglietto, dietro solo a due persone, sbuffa. Allo sportello gli viene chiesto di compilare a mano dei moduli, cosa che prende in malo modo. Quando mi affianca sul tavolino rialzato, lo sento borbottare e lamentarsi. Probabilmente non si era reso conto che io, di quei moduli, ne stavo riempiendo undici! Alla fine un’anziana signora, impietosita o forse disturbata dal suo atteggiamento, gli cede il posto.

È questo il racconto di una piccola vicenda che mi ha fatto riflettere. Chiaramente quell’uomo ha mostrato segni d’insofferenza per delle frustrazioni davvero ridicole. La psicologia tradizionale potrebbe chiamarli atti d’impazienza e di mollezza. La prima è la debolezza del carattere che si contrappone alla pazienza, la capacità di sopportare la fatica e il fastidio. La seconda è nemica della virtù della perseveranza, ovvero quella disposizione interiore che ordina allo sforzo prolungato. Sia la pazienza che la perseveranza costituiscono le parti di una qualità generale che dovrebbe identificare la virilità: stiamo parlando della fortezza.

Decenni di femminismo, di liberalismo, di rivolta contro i padri e il Padre, hanno fuorviato la sana concezione dell’uomo forte, riducendolo a due estremi opposti (e spesso coesistenti): il furbo e l’aggressivo. Il primo in realtà è un semplice vigliacco camuffato da intellettuale: l’uomo che, per l’appunto, non si fa scrupoli a sorpassare un anziano grazie a qualche ragionamento “geniale” (del tipo: “me l’ha offerto lei”). Il secondo, invece, dimentica che la forza, per essere tale, deve adeguarsi al contesto e al modo. In altre parole: l’uomo veramente forte fa vedere i muscoli solo quando è bene. “Quando il gioco è duro, i duri iniziano a giocare”, non prima.

A questo punto mi sono domandato: che tipo di padre sarà un uomo così? Accetterà con prontezza alla notizia di una gravidanza, anche se gli sconvolge la confort zone? Resisterà all’emotività della moglie in dolce attesa, senza cercarsene una sostituta? Si alzerà la notte per il biberon o cederà il posto alla suocera o, peggio, alla babysitter del sonno? Educherà la prole all’abnegazione e al sacrificio? Rinuncerà ad ore di lavoro per seguire le partite di calcio dei figli? E se anche farà tutto questo, sarà col sorriso lieto di chi è cosciente del suo posto nel mondo?

Da quello che osservo nel mio lavoro di psicoterapeuta, sembra proprio di no. L’uomo del terzo millennio, palestrato, depilato e rigorosamente smart, non solo evita la paternità, ma soprattutto scansa abilmente il sì deciso e perenne, tradisce il patto coniugale (che lui stesso aveva firmato) e, spesso, abbandona persino i figli. È il quadro delineato anche dalle ultime rivelazioni dell’ISTAT, secondo cui la pandemia ha decretato una drastica diminuzione dei matrimoni, ma non delle separazioni e dei divorzi1. Nel 2009 l’istituto di statistica aveva constatato che il 32,7% dei figli di genitori separati e divorziati non dormiva mai nell’abitazione del padre negli ultimi due anni dopo la separazione; mentre il 20,1% non lo aveva più incontrato o ne aveva persino perso i contatti2.

Ora che l’assegno unico è diventato una misura stabile del welfare nazionale, bisogna iniziare a pensare ad una riforma che miri all’educazione del popolo. Perché la denatalità, le separazioni ed i divorzi, gli aborti e tutti i mali che affliggono i nostri tempi, compresa la mancanza di uomini forti e di padri responsabili, non saranno risolti da incentivi economici, ma da proposte valoriali e testimonianze virtuose, ovvero da una nuova cultura.

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