Una storia vera. Un bimbo ritrova la figura del padre.

Un bambino nato da una breve convivenza, interrotta già durante la gravidanza; una madre che non consente al padre di frequentare il figlio; il padre che incontra il bimbo un’unica volta, casualmente, per strada..

di Giovanna Pititto

Giovanna Pititto, avvocato civilista, è componente del Consiglio distrettuale di disciplina forense di Bologna, ha seguito il master di primo livello di bioetica (Ethics and Law in the Life Sciences) riconosciuto dalla Universidad Catolica de Murcia, ama la musica classica e i borghi medioevali.

19 Marzo 2022

Una storia vera. Un bambino nato da una breve convivenza, interrotta già durante la gravidanza; una madre che non consente al padre di frequentare il figlio; il padre che incontra il bimbo un’unica volta, casualmente, per strada; l’intervento dei servizi sociali; una storia difficile, particolarmente difficile e dolorosa, non comune, nemmeno in questa società sfilacciata e coriandolare.

Una consulenza tecnica affidata dal Tribunale ad una neuropsichiatra infantile, di lunga esperienza e molto “laica”.
Il bambino che inizia a vedere il padre nello studio della neuropsichiatra soltanto quando ha due anni e mezzo.

La neuropsichiatra che scrive di avere notato che il piccolo ha “nominato” il padre chiamandolo “papà” sin dal secondo incontro avvenuto nello studio.
E aggiunge che questo è segno evidente che incontrarlo corrispondeva a un suo bisogno e che è facile ipotizzare, in base a quanto noto sulla psicologia infantile, che il bambino, sino ad allora allevato sostanzialmente da donne (la madre e le zie) abbia progressivamente introiettato l’idea di un “papà tutto per lui” e che questo abbia potuto coincidere con un bisogno (bisogno di un Padre) in precedenza mai autorizzato né reso possibile dalla madre.
E quel bambino è adesso riuscito, pur tra mille difficoltà, a trovare la figura del padre.

Leggere queste parole, così calate in un caso concreto, in carne e ossa, è impressionante, è come se si materializzassero di colpo i tanti discorsi di chi ripete la necessità di entrambe le figure genitoriali per lo sviluppo e la crescita del minore.

E la neuropsichiatra infantile cita anche un documento dell’Istituto superiore di sanità, approvato nel febbraio 2020 e intitolato “Investire precocemente in salute: azioni e strategie nei prime mille giorni di vita”.
I primi mille giorni di vita sono quelli che vanno dal concepimento (e allora, è uno dei tanti corti circuiti, se è da lì che nasce la vita, come la mettiamo con l’aborto?) ai primi due anni del bambino.

Il documento è stato realizzato da un “tavolo tecnico” di medici e pediatri che provengono dai più importanti ospedali italiani, ricercatori, componenti dell’Iss, non certo da militanti di associazioni pro family.
E lì leggiamo che “riproporre all’attenzione del sistema sanitario il ruolo del padre costituisce infatti un obiettivo di estrema importanza per molteplici ragioni, ma soprattutto per rendere evidente la necessità di rifiutare sul piano concettuale e contrastare sul piano concreto la marginalità in cui rischia di permanere …l’importanza della presenza paterna è fondamentale sul piano della salute fisica e psicologica del bambino…sul piano psicologico e del neurosviluppo, particolarmente rilevante la partecipazione del padre nel processo di bonding (formazione del legame tra i genitori e il loro bambino), attraverso l’esposizione del bambino al nuovo, al contatto fisico, agli stimoli, al gioco interattivo, alla musica, alla narrazione e alla lettura in famiglia fin dalla gravidanza e poi nei primi mesi, momenti essenziali per costruire una intensa relazione affettiva e valorizzare al massimo la plasticità cerebrale del bambino e favorire il miglior sviluppo emotivo e cognitivo. La costruzione e lo sviluppo di una genitorialità consapevole non porta soltanto ad una positiva crescita del bambino, ma fa crescere assieme la triade madre-padre-bambino portando con sé le straordinarie gratificazioni che si sperimentano nel corso della vita di genitori, caratterizzata quindi non solo da compiti e responsabilità”.

Ma allora, se il ruolo del padre è così importante per il bambino, se il rapporto è a tre, la triade padre-madre-figlio, perché ci sono bambini ai quali la possibilità di una crescita con entrambi i genitori naturali è scientemente e preordinatamente negata?
Perché i messaggi culturali che sempre più ci invadono vanno in una direzione opposta?
Se per il bambino il bene è crescere con entrambe le figure genitoriali, maschile e femminile, ciascuna con peculiari ruoli, caratteristiche, modalità di relazionarsi, perché a sempre più minori questo bene è sottratto?

È un altro corto circuito, una contraddizione evidente, introdotta anche da interventi giurisprudenziali che contrastano palesemente con l’interesse del minore e, per “risolvere” il singolo caso, spalancano le porte a pratiche che lo considerano un “diritto” per gli adulti e un prodotto da commissionare.

È il caso della recente sentenza della Corte di giustizia europea del 14 dicembre 2021, la quale ha stabilito che per un minore cittadino dell’UE (in questo caso, della Bulgaria) il cui atto di nascita rilasciato dalle autorità competenti dello Stato membro ospitante (Spagna) designi come suoi genitori due persone dello stesso sesso, lo Stato membro di cui tale minore è cittadino è tenuto a rilasciargli un documento d’identità senza esigere la preventiva emissione di un atto di nascita da parte delle sue autorità nazionali (che non sarebbe possibile, in quanto in Bulgaria è necessario indicare il “padre” e la “madre”).

Sono decisioni che, dietro ad un’apparente questione “burocratica”, si ingeriscono in temi fondamentali di competenza nazionale, tali da dare un volto alla società di ogni singolo Stato.
È anche da queste sentenze che passa la privazione delle figure del padre e della madre, entrambe necessarie in quella perfetta triade formata con il figlio; e che si legittimano fecondazioni eterologhe o pratiche di utero in affitto tese soltanto a generare un bambino che si troverà non un padre e una madre, ma due madri o due padri, al quale verrà volontariamente precluso di conoscere e partecipare a quella triade perfetta e naturale con i suoi genitori.

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