Pubblichiamo per gentile concessione della rivista “Sì alla Vita”
“Spes non confundit”, la speranza non delude: sono parole tratte dalla Lettera di San Paolo ai Romani e che il Santo Padre Francesco ha scelto per annunciare l’Anno Santo 2025. L’appello alla speranza non ha età, non ha tempo, non ha luogo in cui circoscriversi perché da sempre e dovunque l’umanità e ogni singolo uomo hanno avuto, hanno e avranno sempre un estremo, struggente, bisogno di speranza.
Quando l’apostolo Paolo scrive quelle parole, la comunità cristiana è nel mezzo di una tremenda persecuzione, ove il “persecutore” è un gigante potentissimo e il “perseguitato” è un piccolo, piccolissimo, gruppo di fedeli, la cui forza è la speranza alimentata dall’amore e dalla certezza che Colui che ha promesso “sarò con voi fino alla fine dei secoli” non ha ritrattato la parola data.
Oggi, come sempre, abbiamo bisogno di speranza e di segni concreti di speranza, parola non generica né tanto meno vana se inserita nel contesto storico in cui siamo chiamati a vivere, per essere noi stessi “segni” di speranza. Sono profondamente convinto che il filo rosso che collega le numerose tragedie umane “geopolitiche” – per usare un termine ormai d’uso quotidiano – in corso sia la mercificazione della vita, non più considerata come un bene fondamentale da promuovere e difendere, ma come un oggetto da manipolare a piacere, disponibile al singolo e alla società, secondo logiche di interesse ideologico ed economico.
È il tempo – purtroppo per nulla nuovo o inedito (basta pensare alle leggi razziali di pochi decenni fa) – dell’oblio della ragione e della coscienza naturale, perché non si può spiegare altrimenti lo stermino di vite innocenti, cui ci è dato di assistere quotidianamente. Le guerre in corso mietono, ogni giorno, centinaia di vittime civili e centinaia di giovani militari, da una parte e dall’altra; la tratta di esseri umani non conosce sosta; il cosiddetto “diritto” di aborto uccide milioni di bimbi ogni anno nel mondo; la “morte dignitosa” fa piazza pulita di malati, disabili, vecchi… uno scenario drammatico e inquietante, ma proprio per questa ragione è più che mai indispensabile invocare quella nobilissima virtù, umana e cristiana, che si chiama “speranza”.
Benedetto XVI ci aveva ricordato che «nella speranza siamo salvati» e, oggi, Papa Francesco ci dice che «la speranza non illude né delude, perché è fondata sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino». È un forte appello per chiunque e, in modo particolare, per chi – come noi – sente forte la missione di promuovere e difendere la vita. È un appello che chiede una risposta concreta, così da poter essere annunciatori, testimoni e “segni” di speranza. Il primo passo non può che essere l’unità forte e convinta fra le associazioni che lavorano a vantaggio della vita, sempre e di chiunque, dal concepimento alla morte naturale.
Unità non è appiattimento, non è cancellazione di doti o doni speciali: unità è determinazione operativa, aiuto e stima reciproci, nella consapevolezza di dover assolvere ad un compito che certamente ci supera, e che mette a dura prova energie fisiche, mentali e spirituali, imponendoci ogni giorno di abbandonare tentazioni di primato, monopolio e protagonismo, avendo occhi e cuore fissi alla meta. La comunione e l’unità sono doni dello Spirito Santo: varcando la porta giubilare, chiediamoli con coraggio e umiltà.




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