La violenza del “programma riproduttivo” dell’utero in affitto di Patrizia Floder Reitter

Non sono madre, la vita per me ha disposto diversamente, eppure quando sento parlare di gravidanza per conto terzi sono trafitta dall’inaudita violenza di questo «programma riproduttivo». La sofferenza di una donna che fa crescere nel proprio grembo una creatura per nove mesi e poi la cede, come merce a pagamento, non può essere giustificata […]

Non sono madre, la vita per me ha disposto diversamente, eppure quando sento parlare di gravidanza per conto terzi sono trafitta dall’inaudita violenza di questo «programma riproduttivo». La sofferenza di una donna che fa crescere nel proprio grembo una creatura per nove mesi e poi la cede, come merce a pagamento, non può essere giustificata né lenita. Non va compresa e neppure biasimata: non va permessa, punto e basta. La gravidanza per altri deve essere un reato internazionalmente perseguibile.

Maternità surrogata, la chiamano, a indicare un diverso rapporto tra madre e figlio. Inferiore di qualità, meno costoso e di più facile approvvigionamento per coppie che non sanno rinunciare all’egoismo di diventare genitori senza aver procreato (spesso sono coppie dello stesso sesso) e per questo sfruttano il corpo femminile, ne tolgono dignità. «Una donna accetta volontariamente di rimanere incinta con l’obiettivo di portare la gravidanza a termine e partorire un bambino biologicamente estraneo per lei, che verrà poi dato ai genitori genetici. Legalmente i genitori di questo bambino sono considerati genitori genetici», si legge in uno dei tanti siti che offrono mamme a pagamento per ogni gusto, tutte garantite come capaci di assicurare un «prodotto di alta qualità».

Ma una madre non può essere di serie A o B in base alla decisione mostruosa di essere «utero in affitto», consapevole o forzata che sia la scelta di essere mero organo riproduttivo. Il legame fortissimo, fisico e fisiologico, indissolubile, con il bimbo in seno non si cancella con un semplice scambio tra neonato e somma pattuita. Mamma e figlio saranno segnati nel tempo da quel trauma, ciascuno in modo diverso ma comunque violento, doloroso.

Fermiamoci a quella scelta, scellerata, di ricorrere a un utero in affitto. Non sei in grado di generare però vuoi un figlio, fortissimamente. Non ti bastano i bimbi abbandonati in ogni parte del mondo e nel tuo stesso Paese, devi usare come incubatrice il corpo di una donna estranea per veder germogliare la vita che non sai dare. Fai trapiantare poche cellule da un terreno di coltura a un utero e questo basterebbe per sentirti genitore.

«Forzare la natura per far nascere un figlio» ha definito questa violenza Carolina Casini, la pediatra all’ospedale romano Sant’Andrea e volontaria della Croce Rossa che è appena andata in Ucraina a portare in Italia la piccola di quindici mesi, nata con maternità surrogata e poi abbandonata dalla coppia che l’aveva «ordinata». Violare il corpo di una donna per commissionare una gravidanza, non frutto di amore bensì di egoismo (questo non va mai scordato), è una pratica aberrante troppo poco denunciata.

Giustificarla perché darebbe da vivere a donne indigenti diventa ancora più mostruoso, è come voler regolamentare violenza minorile e pedofilia nei Paesi più poveri. I figli non si comprano, tanto meno si esercitano diritti sul corpo di una donna noleggiando le sue funzioni riproduttive. Follia è anche credere che possa accettare di essere madre «solidale», offrendosi come incubatrice in maniera altruistica, libera, autonoma e volontaria, con un compenso economico mascherato da indennità o rimborsi.

Non c’è alcuna conquista per l’umanità, solo feroce impoverimento quando si accetta che mamme in batteria, donne «violate» all’interno di cliniche della fertilità o in poveri appartamenti, vengano costrette a portare a termine una gravidanza per chi un bimbo lo vuole a ogni costo, anche quando la biologia lo impedisce.

©Riproduzione riservata

Patrizia Floder Reitter, madre italiana, papà viennese e bisnonna russa. Scrive per giornali e riviste dal 1985. Collabora con il quotidiano La Verità

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