Vita, famiglia e libertà di educazione: non dogmi da imporre, ma fondamento di una nuova politica

Riportare la ragione al suo ruolo di strumento critico e non a quello di sostegno ideologico di qualsiasi individualistico desiderio

di Paolo Maria Floris

Laureato in Scienze Politiche presso l’Università “La Sapienza” ed in Filosofia presso l’Università “Gregoriana” , è attualmente in pensione dopo aver prestato servizio presso Enti locali e Ministeri ed aver ricoperto, come ultimo incarico, il ruolo di Segretario Generale del Comune di Castel Gandolfo. Ha ricoperto l’incarico di responsabile dell’ Ufficio Finanza locale dell’ANCI Nazionale. E’ stato Presidente del Forum delle Famiglie del Lazio. E’ stato consigliere, durante la XVI Legislatura, nello staff del V. Presidente della Camera. E’ stato docente nei Corsi di formazione della Scuola Superiore dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno, dell’Ist. “Tagliacarne” dell’Unioncamere, dell’Università di Teramo. E’ attualmente membro del Direttivo dell’Associazione “Laudato si’ “ ( organizzatrice di “LAB.ORA” Corsi di Formazione sulla Dottrina sociale su tutto il territorio nazionale), dell’Organo di Amministrazione-Consiglio Direttivo dell’ “Associazione Family Day APS” e Segretario Generale dell’ACAF, Associazione Culturale per l’Alta Formazione, fondata e presieduta fino alla scomparsa da Ettore Bernabei.

15 Settembre 2022

Recentemente Dario Antiseri e Flavio Felice, con un breve articolo comparso il 5 settembre sulla rivista del Centro Studi “Tocqueville Acton“, si sono posti la domanda circa la “scomparsa dell’intellighenzia cattolica dalla scena politica italiana”; la domanda peraltro è venuta a seguito degli interventi di Andrea Riccardi “La questione cattolica. Una centralità da ritrovare” e di Ernesto Galli della Loggia “L’eclissi cattolica in politica” entrambi sul Corriere della Sera del 18 e 28 agosto u.s.

Antiseri e Felice sintetizzano lo scenario in cui viviamo l’attuale fase politica in Italia con  questa affermazione: “Presenti ovunque ed inefficaci dappertutto: questa è stata ed è l’agghiacciante situazione dei cattolici…..impegnati nei diversi partiti negli anni della diaspora, seguita all’implosione del loro partito di riferimento: la DC.”.

Rispetto al passato vi sono principalmente due elementi non rilevabili, almeno fino alla fine del secolo scorso, nelle precedenti esperienze dei cattolici nella sfera pubblica:

  1. La fine della cristianità: “ Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre mappe , di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati.” (Discorso del S. Padre Francesco alla Curia Romana del 21-12-2019);
  2. La crisi della partecipazione politica, attraverso la fine della forma classica di partito e della forma storica della rappresentanza.

Questo quadro già preesistente alla pandemia e alla guerra, che hanno agito da catalizzatori di un processo di decomposizione delle istituzioni democratiche nate nel dopoguerra, offre però contemporaneamente ai cattolici una opportunità unica per iniziare un’attività vasta di formazione, che partendo dalla quotidianità delle persone ricostruisca il senso autentico del diritto naturale (i “principi non negoziabili”) e del suo completamento nell’esperienza del Risorto!

In fondo negli ultimi anni, anche se sistematicamente ignorate dai media, si sono verificate significative convergenze politiche anche con i non credenti rispetto alla “dittatura” del pensiero unico (cito a titolo di esempio la forte opposizione di note esponenti del femminismo contro la pratica dell’utero in affitto e il dibattito sull’aborto nuovamente iniziato dopo la sentenza della Corte Suprema USA).

Una formidabile sintesi di questo approccio la fornisce Benedetto XVI nell’Enciclica “Deus Caritas est” (ed in tanti altri passaggi del suo Magistero): “La giustizia è quindi lo scopo e la misura intrinseca di ogni politica. La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine ed il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all’interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l’altra più radicale: che cosa è la  giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile. In questo punto politica e fede si toccano. Senz’altro, la fede ha una sua specifica natura di incontro con il Dio vivente, un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa.” (n.28) .

Allora il problema posto dalla progressiva secolarizzazione e scristianizzazione della nostra società può certamente trovare una risposta “in primis” nei segni dell’Unità e dell’Amore che da sempre la Chiesa comunità offre al mondo come novità totale che rende credibile l’esistenza e la presenza del Dio vivente: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.” (Gv. 13, 34-36 ) ed inoltre in quella continua purificazione della ragione che una concreta esperienza della vita in Dio può fornire a tutti campi del sapere e quindi anche alla politica e al diritto.

Perché tanti oggi citano, a proposito e a sproposito, la Dottrina Sociale della Chiesa? Perché percepiscono in essa un fondamento di saggezza non rinvenibile in tanti sistemi autoreferenziali, ma questa Dottrina si può comprendere appieno solo accettando la sfida di un rapporto Fede-Ragione che demolisce tutta una serie di dogmi ideologici.

Se accettiamo questi presupposti ci rendiamo conto della centralità, come ha ricordato Pino Morandini, della questione antropologica e della necessità di una politica “alta” che sia prima di tutto una battaglia culturale per evitare la distruzione dello Stato di diritto: infatti viviamo in un momento storico in cui gli ultimi riferimenti al diritto naturale vengono sradicati attraverso decisioni “proceduralmente corrette” (vedi Risoluzione del Parlamento francese che conduce l’aborto nell’ambito dei diritti fondamentali!).

Dunque produrre una cultura alternativa significa riportare la ragione al suo ruolo di strumento critico e non a quello di sostegno ideologico di qualsiasi individualistico desiderio ed in questo sforzo il tema della vita, della famiglia e della libertà educativa vengono in nostro aiuto come elementi ineludibili per la costruzione di una società coesa e non atomizzata.

                                                                          Paolo Maria Floris

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