Che ti piaccia o non ti piaccia!

Se vogliamo che il nostro messaggio arrivi, impariamo a parlare la lingua di chi dovrebbe ascoltarci.

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

30 Giugno 2023

Lo sapete quale fu uno dei primi social della storia?

Le monete! Ebbene sì, le monete. E se ci pensate la cosa non è poi così stupefacente: connettevano le persone. Ogni uomo che le dava o le riceveva era un nodo della rete. Ma voi direte: beh?
E’ vero, la cosa non è molto intuitiva. Però gli imperatori le usavano per veicolare messaggi. Se per esempio si aveva intenzione di imbastire una guerra, da qualche parte, ecco che d’improvviso sulle monete l’effige del monarca appariva con tanto di elmo e armatura. E’ più chiaro ora? Dei poli di una rete che interagendo scambiavano messaggi, talvolta senza nemmeno accorgersi di farlo.

Oggi accade lo stesso, solo che i social sono qualcosa di molto più ampio delle monete di un tempo, e soprattutto le informazioni che lavorano sono una mole enorme di dati che sanno chi siamo, cosa pensiamo, cosa ci piace, cosa faremo. In pratica, se con le monete si poteva solo sperare di inviare un messaggio al popolo, oggi coi social è possibile mandare – diciamo – messaggi di precisione.

Spero che – ad oggi – tutti noi si sia consapevoli di questo. Si sappia tutti che la svendita di dati di cui siamo stati protagonisti ha dato un potere enorme, enorme, a chi ci conosce.
Ma non solo: i social hanno creato un ecosistema in cui molti di noi vivono, anche troppo, senza conoscere regole e soprattutto insidie. E allora capita che diventino il terreno preferenziale per modificare le opinioni di tutti noi. Succede, credetemi. E in modo molto più frequente e facile di quanto si possa pensare. Non è questa la sede, e non c’è spazio in poche righe, per spiegare come accade tutto ciò. Ma vi basti prenderne atto: succede.

E qui vengo al dunque: abbandoniamo, per piacere, l’illusione della verità che vince. Oggi non è più così. Oggi non vince più la “verità reale”. Oggi, come ho già più volte detto, vince quella veloce, quella che si sa muovere meglio nel mare dei social e del web. Oggi la verità è un prodotto da sfornare e vendere, che essa sia – badate bene – reale o meno.

Ma – ahimè – molti non l’hanno capita. Molti si sentono forti dello scudo della verità, come se fosse l’arma invincibile del dibattito. Ebbene, non lo è, rassegnatevi. Perché oggi come oggi, per come è disegnata la vita sui social, al dibattito non ci si arriva nemmeno. Quindi tutto quel che serve a dimostrare la verità non arriva nemmeno alle orecchie di chi la pensa diversamente.

E che serve quindi? Beh, credo che la risposta sia ovvia. Serve capire come muoversi, serve professionalità nella comunicazione. Serve capire che quello dei social, piaccia o non piaccia, è il mondo in cui vive la maggior parte delle persone, è il riferimento cui si appoggia la gran parte dei nostri simili non solo per svagarsi, ma anche per informarsi. Non capire le regole di questo mondo, continuare ad avere un atteggiamento – perdonatemi la franchezza – un po’ snob e un tantino boomer che punta solo alla qualità (bene!) dei contenuti senza capire dinamiche e nuovi linguaggi della rete, è una omissione anacronistica e perdente.

Se vogliamo che il nostro messaggio arrivi, impariamo a parlare la lingua di chi dovrebbe ascoltarci.
Altrimenti, bro, ad una certa il nostro messaggio viene debuffato, veniamo bannati e comunque restiamo dei nabbi.
Dobbiamo tryhardare, craftare. exploitare anche noi il sistema. Altrimenti finiremo per esser solo degli NPC.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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