Date a Cesare

Il campo in cui si sta compiendo l'esproprio dei figli è più sottile, più sfumato, ma molto, molto importante: l'educazione. 

di Federico Vincenzi

Federico Vincenzi, avvocato, si occupa di legal tech. Collabora con Università della Lombardia, formatore presso diverse aziende. Segue progetti di start-up, ha fondato youjustice.net, sito per la gestione dei conflitti. Sposato con Dora, cinque figli, si diletta come scrittore.

24 Gennaio 2023

Date a Cesare quel che è di Cesare, e alla famiglia quel che è della famiglia, ossia prima di tutto – sia chiaro – i figli!

Perché – è lecito chiedersi – faccio una tale affermazione? I figli non vivono in famiglia, non mangiano, dormono, giocano, litigano in famiglia? Non fanno tutto questo?
E allora perché faccio questa affermazione?
Perché in fondo il campo in cui si sta compiendo l’esproprio dei figli è più sottile, più sfumato, ma molto, molto importante: l’educazione. 

Non so se tale invasione di campo sia conseguenza di una nidiata di genitori assenti, impegnati in lavori sempre più cannibali, genitori che giungono stanchi la sera e non hanno forza o voglia di combattere contro la tendenza al caos autolesionista dei loro splendidi cuccioli, specie su temi impegnativi che magari richiedono loro anche un pizzico di formazione. 
Sta di fatto che, quale che sia la ragione, fette sempre più ampie di educazione dei figli stanno finendo nelle mani delle istituzioni, scuole in primis. 

E se per certi argomenti queste deleghe non autorizzate non dovrebbero dare problemi, su altri – ad esser sinceri – sarebbe meglio riservare il tema delicatissimo alle famiglie. Sia chiaro: riservare non significa semplicemente dare l’opportunità di non partecipare a singole lezioni. Non è questo “piano B” che mi soddisfa. Non mi soddisfa per il semplice fatto che impone in ogni caso una scelta che rende diversi, e può generare conflitti e imbarazzi. Quando – per venire al concreto – nelle scuole si spaccia per “educazione all’affettività” (sul marketing delle parole potrei fare una lunga chiacchierata…) una lezione di pseudo pornografia o, peggio ancora, l’esaltazione di teorie gender a bambini o adolescenti, se mai venisse pur data la possibilità di non partecipare ad essa (se mai venisse data, perchè tale facoltà non viene quasi mai concessa), ecco che l’eventuale astensione viene spesso accompagnata con sorrisini, o almeno cenni (se non espressioni esplicite) di disapprovazione. E il figlio, che già è fisiologicamente ostile a tutto quello che dicono i genitori, si sentirà “diverso” per il semplice fatto di non partecipare “perché i suoi non vogliono”. Si sentirà addosso, diciamocelo, una patina di medioevo che gli altri gli spalmeranno, con vari gradi di discrezione, addosso.
E allora molti accetteranno di partecipare a siffatte lezioni, se non altro per quieto vivere. Il risultato sarà l’esposizione a una pioggia di concetti sapientemente studiati per modellare le acerbe ed assetate menti dei giovanissimi. L’effetto, manco a dirlo, sarà dirompente. 

E ora mi chiedo proprio questo: non è che ad essere importante sia – più che la causa – l’effetto che si vuol perseguire mediante questa invasione di campo? Forse è il timore che il pensiero diverso possa sopravvivere? Forse vestire di scientifico (guarda caso quanto scritto sopra accade nella scuola dove, fino a prova contraria, si dovrebbe insegnare il sapere) quello che invece è pura ideologia è solo una strategia nemmeno troppo fine per imporre un modo di pensare e vedere le cose? 

No, non va bene. Quando si dice che certi temi, che guarda caso sono quelli che stanno a cuore a noi, vanno riservati alla famiglia, intendo dire riserva assoluta. Ciò vuol dire – per usare una terminologia poco elegante – che la scuola in certi temi non ci deve metter naso, o parola che sia, lasciando con la massima discrezione alla autonomia dei genitori l’educazione, educazione appunto, dei figli, dei loro figli. Quindi, per intenderci: non è una osteggiata obiezione di coscienza quella che possiamo accettare. 

No, quello che dobbiamo ottenere è che ci sia lasciata l’educazione dei figli su affettività, sessualità, vita. 
Questo è nostro. Punto.
E se proprio qualcuno dovesse decidere di sedersi sui banchi per capirne un po’ di famiglia, figli, vita saremmo noi genitori. Forse, con un pochino di consapevolezza, ci renderemmo conto del pericolo che grava sui nostri, ripeto nostri, figli.

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