Nomi nuovi, disagi che restano*

Cambiare l’identità anagrafica non risolve alcuna sofferenza. Per questo si deve evitare ogni spinta verso la riassegnazione sessuale, prendendosi davvero cura dei fratelli più fragili
Gandolfini parla ad una conferenza

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Dal 1997 dirige il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

17 Novembre 2022

L’approccio al tema della transessualità richiede un atteggiamento di grande prudenza, umana e sociale, e di altrettanto grande competenza scientifica. Vanno evitate manipolazioni ideologiche e derive emotivo-demagogiche, al fine di evitare di fare danni più grandi del problema che si intenderebbe risolvere. Il primo passo necessario è la chiarificazione dei termini e dei contenuti ad essi collegati.

La “transessualità” è la condizione per cui una persona di sesso maschile (M) o femminile (F) si percepisce appartenente al sesso opposto ed aspira e desidera assumerne le caratteristiche anatomiche e comportamentali, sessuali e sociali. La persona transessuale vive un’autocomprensione di sé come “prigioniera” di un corpo che non le appartiene e vive, di conseguenza, un forte desiderio di trasformarsi nel corpo del sesso soggettivamente percepito. Le persone transessuali di distinguono in due categorie: M/F cioè da maschio a femmina e F/M cioè da femmina a maschio. Sul piano clinico, questa condizione viene denominata “disturbo dell’identità di genere” o “disforia di genere” (DG), dal greco “dis”=male e “foria”=sopportare. Il vissuto di sofferenza/disagio legato all’ incongruità tra il proprio corpo, con le sue caratteristiche sessuali ben definite ma non riconosciute come appaganti, spinge la persona transessuale a cercare il cambiamento verso il sesso opposto, percepito come appagante. Ciò costituisce il “processo di transizione” o di “riassegnazione” sessuale.

Il transgenderismo è, invece, un movimento socio-culturale nato negli USA negli anni ’80, che sostiene la separazione e non-interdipendenza fra sesso biologico (si parla di “sesso assegnato alla nascita”) e “genere”, essendo quest’ultimo un prodotto culturale, sociale, emotivo, strettamente soggettivo che, in quanto tale, è totalmente slegato dalla sessuazione naturale. Di conseguenza, mentre i “generi” legati al sesso sono due – femmina o maschio – i “generi” così definiti sono diversi, plurimi, anche modificabili nel tempo, in quanto legati alla “percezione di sé” che il soggetto esperisce in quel dato momento della propria vita.

Il DSM V (2013) – Manuale Diagnostico Statistico delle Malattie Mentali – ha riconosciuto la DG come “disturbo mentale” e ha indicato sette parametri sostanzialmente simili per DG in età evolutiva e in età adulta, su cui fondare la diagnosi. Criteri base sono la presenza di sofferenza clinicamente significativa e la presenza da almeno sei mesi. Le linee guida della U.S. Endocrine Society, affermano: “Data l’elevata remissione della DG dopo la pubertà, si sconsiglia un completo cambiamento sociale del ruolo e un trattamento ormonale in bambini prepuberi con DG”. La “carriera alias” è di fatto un provvedimento di “transizione sociale” che – in assenza di una qualificata valutazione scientifica e medica – può spingere il soggetto sulla strada della riassegnazione sessuale, che può rivelarsi un gravissimo danno.  E’ ormai ampiamente documentato che l’incongruenza di genere che si manifesta nell’infanzia/adolescenza viene ampiamente superata e solo un’esigua minoranza di bambini in età pre-pubere manifesta una persistenza di disagio, che si configura come un vero “disturbo”.

È evidente che l’aspetto più delicato di questo tema assai complesso riguarda i bambini e le bambine in età infantile e adolescenziale. Partiamo dall’assunto che nessuno oggi è in grado di dire perché ci sono persone in cui si determini un conflitto fra sessuazione biologica e identità di genere, soprattutto in tenera età. Proposte e teorie etiopatogenetiche ce ne sono parecchie, ma i toni grigi sovrastano di molto le sicurezze. Che fare, dunque, di fronte a situazioni di DG in età prepubere? Negli ultimi decenni ha preso piede l’idea che assecondando l’identità di genere percepita e, quindi, modificando la struttura biologica del soggetto secondo i canoni desiderati (M/F o F/M) si possono eliminare sofferenza e disagio, dando alla persona una vita finalmente felice. Da questo assunto empirico hanno preso vita le cosiddette “terapie di transizione o di riassegnazione sessuale”: la terapia ormonale (ormoni cross-sex, cioè ormoni che inducono lo sviluppo delle caratteristiche somatiche proprie del sesso desiderato), la terapia chirurgica (riguardante i caratteri sessuali primari e secondari: genitali esterni, seno, villosità ed altro), accompagnate da un lavoro di carattere psicoterapico. La questione si fa ancora più delicata quando si tratta di soggetti in età prepubere: in questo caso si pratica anche il blocco dello sviluppo puberale con ormoni bloccanti le gonadotropine (esempio, la triptorelina) cui segue la somministrazione di ormoni cross-sex.

Chi sostiene l’utilità di bloccare lo sviluppo puberale – affermando che è salutare e efficace nel migliorare la prognosi quod vitam e quoad valetudinem dei minori con DG – sostiene istanze che la ricerca ha ampiamente smentito. Si è dichiarato che il blocco puberale è utile per avere il tempo necessario per un approfondimento diagnostico. In realtà non esiste un solo studio che abbia suffragato tale affermazione, mentre – al contrario – abbiamo studi che dimostrano come il blocco puberale possa influire in modo negativo sulla DG, cristallizzando il quadro disforico. La stessa affermazione, spesso utilizzata, che quasi tutti i soggetti con asserita DG in età prepubere la mantengono in età adulta, viene smentita dalle più recenti statistiche: uno studio canadese attesta una persistenza del 12,2% dei casi; uno studio olandese parla del 37% e il DSM V dichiara che il 98% dei maschi “gender confused” e l’88% delle femmine in età adolescenziale, recupera la propria appartenenza sessuata una volta superata la pubertà. In sintesi, una ampia revisione sistematica della bibliografia internazionale giunge alla conclusione che “il blocco puberale non migliora la disforia” (Pediatrics 2018). L’American College of Pediatricians (gennaio 2017) giunge alla conclusione che “promuovere fra i ragazzi il cambiamento di sesso, per via ormonale e chirurgica, è abuso su minore”.  Se poi analizziamo i risultati, abbiamo a disposizione un follow-up di almeno tre decenni che ci consente di affermare che il pacchetto delle terapie di transizione dà risultati quantomeno deludenti e, purtroppo, sono sempre più numerosi i casi di gravi lesioni, anche permanenti, per i soggetti che vi si sono sottoposti, soprattutto se giovanissimi. E’ nata così una nuova categoria di persone, i cosiddetti “detransitioner”, rappresentata da soggetti che avendo fatta la transizione, sono rimasti fortemente delusi, perché non hanno risolto nulla dei loro pregressi problemi di disagio e sofferenza (anzi in alcuni casi si sono ulteriormente accentuati!) e chiedono dunque di ritornare allo status-quo-ante, venendo risarciti per i danni subiti. Il caso della giovane inglese, Keyra Bell, e il contenzioso con le Tavistock & Portman Clinic di Londra, ha fatto il giro del mondo. Una dissennata campagna mediatica sul concetto del “genere soggettivamente percepito” sta provocando un po’ dovunque un allarmante e pericoloso boom di casi di DG fra i giovanissimi. In Inghilterra, ad esempio, i casi registrati nel 2010 furono 27, diventati 2748 nel 2020, con un aumento del 2497% fra i maschi e del 4415% nelle femmine. Nel 2021 è stata fondata l’associazione “GENSPECT”, con lo slogan “Torniamo a casa da noi stessi”: persone che in adolescenza avevano presentato tormento emotivo perché si percepivano di genere opposto a quello biologico e sono stati accompagnati a trattamenti di transizione. Ma, una volta divenuti “transgender” hanno provato un tormento peggiore associato ad un fortissimo senso di fallimento e delusione, giungendo alla conclusione che “la felicità non era affatto nella negazione del proprio sesso e nel raggiungimento del sesso desiderato”. E’ drammatica una testimonianza pubblicata sui social: “When I was 15, lonely, and I hated my body, I got sucked into gender ideology on line. My school encouraged me and I was easly prescribed a high dose of testosterone at 18, and it was very damaging, This is not rare” (#DetranAwarenessDay.Helena@lacroicsz). Un ampio studio commissionato dal NHS inglese per studiare il trattamento in pazienti inferiori a 18 anni con DG – pubblicato nel marzo 2021 – giunge alla conclusione che il blocco puberale “non porta alcun cambiamento nella DG, nella salute mentale, nell’immagine corporea e nel funzionamento psicosociale” (htpps://www.evidence.nhs.uk/document?id=2334888&returnUrl=search%3fq%detransfender%26s%3dDate). Tralasciando numerosi altri contributi (si vedano ad esempio le nuove “Linee Guida” emesse dall’Autorità Sanitaria Finlandese PALKO/COHERE che dichiarano “inconcludenti il corpo delle prove a favore della transizione pediatrica”) la conclusione non può essere che il trattamento di minori che presentano sintomi riferibili alla DG, utilizzando ormoni di blocco puberale e ormoni cross-sex , è quantomeno pericoloso, dannoso e in palese contrasto con il “Principio di Precauzione” (ONU 1992 e Commissione Europea, febbraio 2000): “Il principio di precauzione può essere invocato a fronte di un possibile pericolo per la salute umana … soprattutto nei casi di pericolo per la salute della persona”.

Piuttosto che adottare misure amministrative di transizione sociale – quale è la carriera alias – si impone uno sguardo attento, prudente, e rigorosamente scientifico sulle cause del “disagio” che il bambino/a o l’adolescente presenta: nella stragrande maggioranza dei casi il “problema” non sta nei caratteri sessuali, primari e secondari, che il soggetto rifiuta o agogna di raggiungere, quanto nella sua mente, nel suo cervello, nella personalità. A dircelo, ancora una volta, sono i dati oggettivi: i pazienti che afferiscono ai centri per DG presentano tassi di co-morbidità psichiatrica nel 40-50% dei casi e con “disturbi dello spettro autistico” nel 6-20% dei casi (nella popolazione generale siamo a 0,6%!). Come affermò il dr. George Burou, chirurgo di Casablanca, con all’attivo più di settecento interventi di riassegnazione sessuale: “Io non trasformo gli uomini in donne. Io trasformo i genitali maschili in genitali che hanno un aspetto femminile. Tutto il resto è nel cervello del paziente”. Prima di parlare di “transizione”, sociale o clinica, prendiamoci cura di questi nostri “fratelli” fragili, evitando scorciatoie che possono essere irreversibili e che segneranno per sempre la loro vita. Con la carriera alias si cambia il nome e l’anagrafica, ma non si risolve la sofferenza.

*per gentile concessione del mensile IL TIMONE

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