Si dà spesso per scontato che “dietro” a un bambino ci sono i suoi genitori.
Loro vengono prima di lui; lo accolgono, lo crescono e lo accompagnano nel lungo cammino verso la felicità.
Vorrei che oggi – giornata mondiale delle persone con Sindrome di Down – si ricordassero anche le mamme e i papà di queste persone.
Quelli che accolgono la vita.
Quelli che la accolgono dopo infiniti esami medici, spesso faticando per dire no all’aborto, che eliminerebbe il cromosoma in più, ma anche il figlio.
Quelli che poco dopo il parto sono già alle prese con controlli e terapie per dare il meglio al proprio figlio.
Quelli che vivono con preoccupazione e disorientamento il futuro del proprio figlio e quelli che invece godono del presente.
Quelli che incontrano persone che li accompagnano e li sostengono premurosamente nella crescita del proprio figlio e quelli che non hanno questa fortuna e che “combattono” ancora di più.
Quelli che imparano dal proprio figlio e grazie a lui sperimentano un gusto nuovo della vita e quelli che purtroppo non riescono a farlo.
Quelli che moltiplicano il bene creando associazioni e fondazioni per i propri figli e per altre famiglie e quelli che godono della solidarietà.
Quelli che amano il proprio figlio perché è un figlio, uguale agli altri.
E per noi?
«A man is a man» soleva ripetere il Venerabile Servo di Dio Jérôme Lejeune * (1926-1994) con la lucidità dello scienziato e con il cuore appassionato per quel grande mistero che è ogni persona che viene al mondo.
Riappropriamoci di questa verità guardando a tutte le mamme e i papà delle persone con Sindrome di Down.
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