La guida gender dei pediatri è pericolosa: il ministro deve intervenire

La Società italiana di Pediatria (SIP) e l’Associazione culturale pediatri (ACP) hanno proprio “toppato”: quel documento “guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente” non presenta nulla che si possa ascrivere a qualcosa di scientifico.

di Massimo Gandolfini

Nasce a Roma il 31 agosto del 1951 Nel 1977 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano con il massimo dei voti e lode. Nel 1981 si specializza in Neurochirurgia, sempre a Milano, e nel 1991 in Psichiatria, presso l’Università Statale di Brescia. Ha diretto dal 1997 il Dipartimento di Neurochirurgia-Neurologia di un ospedale bresciano. Fa parte del Cammino Neocatecumenale. Padre di 7 figli adottati. Presidente dell’Associazione Family DAY.

15 Luglio 2026

Pubblichiamo per gentile concessione del quotidiano “La Verità”

La Società italiana di Pediatria (SIP) e l’Associazione culturale pediatri (ACP) hanno proprio “toppato”: quel documento “guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente” non presenta nulla che si possa ascrivere a qualcosa di scientifico. Una società scientifica del mondo medico non è un movimento di opinione o un laboratorio ideologico: è – o siamo costretti a dire dovrebbe essere – un’agenzia culturale professionale di alto livello che, dati alla mano, indica i percorsi migliori per la tutela della vita e della salute dei pazienti. Leggendo e rileggendo quel documento, la sostanza che se ne trae è che abbonda di assiomi ideologici e di scienza poco o niente, forse qualche timida comparsa. Certamente con un articolo su un quotidiano è impossibile esporre una dettagliata analisi che confuta radicalmente quel documento, ma sarebbe sbagliato e dannoso lasciar cadere l’argomento. Lo dobbiamo al grande pubblico, fatto di genitori, nonni, figli e nipoti che in varia misura possono trovarsi coinvolti in problemi di “varianza di genere, orientamento sessuale”: una parola di onesta chiarezza scientifica, non-ideologica, si ha il dovere civile e morale di dirla. Soprattutto da parte dei medici, pediatri e non, di addetti ai lavori, che hanno l’enorme responsabilità di contenere al massimo fake news e assunti ideologici che, se da una parte screditano il valore della professione, dall’altro mettono in pericolo, oggi per domani, il benessere fisico, mentale e psicologico di soggetti giovanissimi. Punto di partenza, imperativo categorico del mondo della prassi medica: tutti i pazienti hanno pari dignità, devono essere accolti, ascoltati, accuditi, aiutati, capiti e le differenze personali, familiari, sociali, culturali non hanno alcun valore in ordine all’assoluta pari dignità. A questo punto, negli ambulatori pediatrici non serve esporre la bandiera arcobaleno, adottare una modulistica neutra (*, schwa, parole monche della qualificazione maschile/femminile?), evitare frasi divisive come “chi è il papà? Chi è la mamma?”, parlare di “gestazione per altri” (oltretutto, reato universale in Italia), omogenitorialità, questioni di identità di genere in contrasto con l’identità sessuata, con input verso teorie affermative genderfluid per garantire uguaglianza di trattamento. E’ certamente più semplice ed efficace – se proprio si vuole essere rigorosi – esporre un bel cartello con l’articolo 3 della Costituzione, quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini, quello che – guarda caso – recita senza “differenza di sesso”, non di “genere scelto o percepito”! Il bambino ha assoluto bisogno di sicurezza in ordine al proprio corpo, alla propria sessualità, alla propria identità, alla propria sfera affettiva: ogni indeterminazione, vaghezza, opinabilità vuol dire confusione, incertezza, fragilità di personalità e, ciò che è peggio, scelte sbagliate che possono condizionare tutta la vita. Correre dietro ad un mainstream ideologico di identità fluide, instillando quanto meno il dubbio di essere nati in un corpo sbagliato è di una violenza antropologica inaudita. Nessuno, proprio nessuno nasce in un corpo sbagliato. Nei casi – per fortuna rarissimi – in cui è presente uno stato di non-allineamento, di incongruenza, fra corpo e psiche, è alla mente che va posta attenzione, non al corpo da modificare con ormoni e con tecniche di transizione sociale (a partire dalla carriera alias). Purtroppo, non stiamo parlando di fantasie pessimistiche: è una realtà documentata che oggi il mondo intero sta facendo passi indietro rispetto alla teoria affermativa. Già nel 2013 il DSMV riportava che il 98% dei bimbi “gender confused” e l’88% delle bimbe, dopo l’adolescenza, si conforma al sesso biologico. L’Autorità Sanitaria Finlandese PALKO/COHERE, nelle Linee Guida sul tema, scrive: “Sono inconcludenti le prove a favore della transizione pediatrica … la riassegnazione ormonale non è sufficiente per migliorare il funzionamento sociale, né allevia le comorbilità psichiatriche”. Sulla stessa linea il NHS Inglese, con dichiarazione ad hoc nel 2021. Si aggiunga che il 40/50% dei ragazzi cosiddetti “disforici” in età prepubere presenta una comorbidità di carattere psichiatrico: ansia, depressione, autolesionismo; il 6-20% disturbi dello spettro autistico, 8-11% ADHD Disturbo di Deficit di Attenzione con Iperattività, Disturbo borderline di Personalità. Tirando le somme, ci troviamo di fronte ad una condizione clinica enormemente complessa, una vera e propria sfida per la medicina, proprio di carattere olistico, cioè coinvolgente la persona nella sua globalità – somatica, mentale, psicologica, sociale, spirituale – che non solo non si risolve, ma neppure si allevia con frasi ad effetto del tipo “superare i propri stereotipi di genere”, “linguaggio, verbale e non, inclusivo”, “incoraggiare fin dalle prime settimane di vita la libertà di espressione, pluralità delle esperienze”. Anzi, così facendo si corre il rischio di cristallizzare, bloccare, consolidare un disagio momentaneo, transeunte che – in realtà – si ha il dovere di traghettare, con enorme delicatezza umana e professionale, verso l‘equilibrio corpo/mente che è la prima pietra di una vita felice. Nessuno nega che ci siano casi molto complicati, carichi di aspetti dolorosi personali, familiari e sociali, ma la soluzione non è “normalizzare” il disturbo, magari ricorrendo a farmaci/ormoni, nell’illusione che così è tutto sotto controllo: l’esperienza spesso tragica dei “detransitioner” racconta proprio il contrario. Semmai, un altro aspetto è davvero inquietante: l’aumento esponenziale di soggetti giovanissimi che dichiarano di sentirsi “gender confused”. In Italia si parla di un aumento del 315% nell’ultimo decennio. Le cause sono certamente numerose, ma non va sottovalutata l’influenza dei social – pane quotidiano dei giovanissimi – che non solo diffondono vere e proprie menzogne, ma incentivano quelle spinte di omologazione fra pari che va sotto il nome di “contagio sociale”, “mimesi tra pari”, tanto più grave se è proprio il mondo medico a veicolare il messaggio della “identità di genere polimorfa e fluida”! Far mancare il terreno sotto i piedi significa spalancare un abisso. Basterebbe chiederlo all’associazione “Generazione D” che ha mille storie dolorose di detransizione da raccontare. Se tutto è “normale”, se il genere non è legato all’identità biologica, se i generi non sono più due – maschio e femmina – ma una lista indefinita da descrivere con acronimi LGBTQI+ (+ plus: chi più ne ha, più ne metta) come possiamo affrontare il fenomeno visto negli ultimi gay-pride in Europa ma anche in Italia: giovani “therian”, adolescenti che si considerano prigionieri di un corpo umano sbagliato, e si percepiscono gatti, volpi, lupi …? Dalla disforia di genere alla disforia di specie! Dunque, un forte appello al buon senso in generale, e alla scienza vera in medicina. E’ l’intera classe medica che deve farsi sentire e prendere le distanze da “prodotti” del tipo “Oltre lo sguardo”: quel libretto va ritirato e la FNOMCeO, il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità non devono tollerare che l’ideologia – qualunque ideologia – prenda il posto della scienza, con un’attenzione specialissima quando si tratta di persone giovanissime e fragilissime.

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